Un viaggio visivo tra insegne vintage cariche di memoria, vere e proprie icone dei nostri centri urbani (e non solo).
Alzare lo sguardo in città, nell’epoca degli smartphone, è diventato un gesto raro. Eppure, è un gesto molto semplice che permetterebbe di scoprire come, sopra le note teste e la soglia di certi negozi, si possano aprire varchi temporali. Le vecchie insegne di negozi o luoghi di interesse sono infatti veri e propri sopravvissuti dell’architettura urbana di quell’epoca in cui anche il carattere tipografico celava il racconto di un’identità. Lettere dipinte a mano, rilievi in smalto, vetri opachi o tubi al neon: caratteristiche peculiari e silenziose di una stagione commerciale oramai svanita e che si mescolava con l’artigianato e l’arte.
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Oggi, in mezzo a loghi creati in serie, tra insegne e brand per la maggior parte conformi ad un’idea e un concept globale comune, quelle insegne difendono la loro identità e raccontano. Scovare le insegne di un tempo è come aprire un vecchio e polveroso libro e leggere l’indice dei vari capitoli. Sono l’introduzione ad una narrazione diversa, un altro modo di abitare la città. Spesso caratterizzate da nomi propri al posto dei marchi, dalle storie al posto dei format.
Una grafia che racconta: tipografia come narrazione urbana
Il reportage “A Visual Journey Through Italy’s Signage”, pubblicato su Italy Segreta, mostra come le vecchie insegne raccontino una geografia visiva che al tempo stesso è affettiva e storica. Un tempo che accomuna ogni angolo d’Italia, dai centri urbani più grossi alle piccole città di provincia, si trovano insegne che sembrano uscite da un altro tempo. La nostalgia non è il focus del discorso. È la ricostruzione storica del luogo attraverso le insegne che l’hanno caratterizzato a comprendere meglio come si è evoluto ed è cambiato quel luogo, come narrazioni in codice.
A Milano, tra i Navigli e la zona di Porta Venezia, resiste ancora qualche drogheria con lettering anni Sessanta. A Palermo, lungo via Roma, spuntano insegne in maiuscolo geometrico degli anni ’30. Sono tutte testimonianze visive di un passato commerciale inserito in un contesto sociale profondamente differente da quello attuale. A prima vista, quelle insegne artigianali sbiadite, ancora visibili tra una farmacia e una tabaccheria, raccontano l’anima della strada più di molte riqualificazioni urbane.
Photo: Pexels / Ian Ramírez
La città scritta a mano
Secondo un articolo del magazine specializzato SignCraft, una buona insegna riesce a dare linfa e vita non solo a un ristorante o a un negozio, ma a un intero quartiere. È un elemento che comunica stile, identità, e soprattutto presenza. Elementi che oggi abbiamo sempre più spesso la percezione che si siano un po’ persi nella grafica contemporanea. Ecco perché oggi tendiamo a fermarci più a lungo ad osservare quelle insegne fatte a mano: generano appartenenza. Sono dettagli che danno carattere a un’area, la rendono riconoscibile e soprattutto memorabile.
In molte città italiane, queste insegne sono oggi al centro di progetti di tutela o mappatura partecipata. Alcuni vengono restaurati, altri documentati prima che spariscano. Si tratta, in ogni caso, di un gesto culturale: prendersi cura della tipografia urbana significa prendersi cura della memoria. D’altronde, il design urbano, come la lingua, cambia. E ogni scritta che sparisce è una parola che perdiamo.
Conservare quelle insegne vuol dire lasciare che la città resti leggibile, comprensibile, viva anche nei suoi strati più profondi e, soltanto all’apparenza, appartenenti solo a ciò che è stato.
Photo cover: Pexels / Rachel Claire