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Federica Pettinato: «Una casa ben progettata deve rappresentare chi la vive»

di Annarita Cacciamani
L’architettura d’interni per Federica Pettinato è un punto di incontro tra spazio pubblico e privato. Un dialogo che parte sempre dall’ascolto e che oggi guarda alla luce naturale, al verde e all’aria come elementi centrali del benessere abitativo.

Ciò che accade in casa riflette la città, e viceversa. In un momento storico in cui l’abitare cambia direzione, l’architetta torinese Federica Pettinato propone un modo di progettare centrato sulla relazione tra persona e spazio, dove anche un nodo del serramento o una guarnizione diventano strumenti espressivi. Il suo lavoro unisce estetica e funzionalità, partendo da un’idea chiave: la bellezza non è mai un esercizio di stile, ma il risultato dell’ascolto. Tra finestre pensate al millimetro e ambienti che respirano, in questa intervista racconta la sua idea di progetto sostenibile e umano.

Quali sono stati i momenti chiave della sua formazione e della sua evoluzione professionale?

Il percorso universitario al Politecnico di Torino è stato il primo vero approccio concreto all’architettura, anche se la passione era già presente da prima. L’ingresso all’università mi ha permesso di avvicinarmi in modo pratico a quello che fino a quel momento era stato più un sogno. Un altro momento fondamentale è stata la mia prima esperienza lavorativa, nel campo dell’exhibit design. Ho iniziato occupandomi di allestimenti fieristici: lì ho imparato moltissimo, soprattutto a livello progettuale, in termini di flessibilità e velocità di esecuzione. Il mio primo cantiere? Casa mia! Ho messo in pratica ciò che avevo imparato, conoscendo imprese, materiali, tecniche. È stato un momento di grande crescita: un vero ponte tra teoria e realtà.

Progetto Casa Ros: soggiorno

Progettare gli interni significa spesso confrontarsi con la dimensione più quotidiana dell’abitare. Qual è, secondo lei, il ruolo dell’architettura d’interni nella trasformazione della città e dei suoi spazi più intimi?

Credo profondamente che l’interior architecture abbia un ruolo chiave nel rapporto tra lo spazio privato e quello urbano. La città e gli interni si influenzano a vicenda ed è fondamentale partire dall’ascolto. Per me è la base di tutto. Ogni progetto deve partire da lì. Una casa ben progettata non deve rappresentare l’architetto, ma chi la vive. Questo vale anche per uffici, locali, spazi pubblici: devono parlare delle persone che li abitano e li usano.

Che attenzione dedica agli infissi, e come influenzano l’atmosfera e la qualità dello spazio che costruisce?

All’inizio, lo ammetto, non prestavo molta attenzione agli infissi. Spesso lasciavo la scelta direttamente al cliente. Poi, conoscendo aziende specializzate, ho capito quanto siano fondamentali. Oggi dedico molta attenzione alla qualità del serramento: influisce sulla luce naturale, sul comfort termico e acustico, sull’energia e sull’atmosfera degli spazi. Mi occupo anche di “educare” il cliente, spiegando che un vetro extra chiaro, un nodo sottile, una buona guarnizione possono cambiare radicalmente la percezione dello spazio. Gli infissi non sono secondari: sono elementi architettonici fondamentali, tanto quanto l’illuminazione. E non sono facilmente sostituibili: vanno pensati bene fin dall’inizio.

Progetto Casa Cru: studio

Come riesce a mantenere equilibrio tra rigore compositivo e libertà espressiva?

Per me vanno di pari passo, ma do la priorità al rigore compositivo perché mi aiuta a costruire un progetto funzionale. La funzionalità viene prima: la suddivisione degli spazi deve rispondere alle esigenze della persona. La libertà espressiva è importante, ma non deve diventare un esercizio stilistico fine a sé stesso. Deve sempre rispettare chi vivrà quello spazio. In fase di progetto, immagino già finiture, colori, materiali, luci… ma tutto deve rispecchiare la persona che ho davanti, non me. La libertà espressiva vera e totale trova più spazio magari nell’exhibit design, mentre quando si progetta una casa — e non una “casa da rivista” — bisogna tenere i piedi per terra e rispettare l’intimità di chi la abiterà.

Qual è la sua icona urbana?

La mia icona urbana è Torino. È la mia città, il mio punto fermo, il mio luogo sicuro. Mi ispira su tanti livelli, non solo architettonici: anche artistici, musicali, culturali. È la mia casa in scala più grande. Come riferimento architettonico, direi Frank Lloyd Wright. L’architettura di quegli anni, secondo me, è senza tempo. La trovo attuale, replicabile, adattabile. Non amo seguire le tendenze. Mi interessa di più progettare spazi duraturi, equilibrati, con uno stile che resista nel tempo. E in questo Wright è per me un esempio imprescindibile.

Progetto Casa Cru: soggiorno e living

In che modo pensa che l’architettura di interni possa rispondere alle sfide contemporanee dell’abitare? Ci sono temi – spaziali, sociali, ambientali – che ritiene oggi prioritari nel ripensare gli spazi che viviamo ogni giorno?

Sì, assolutamente. Dopo la pandemia del 2020, c’è stato un cambio radicale: oggi cerchiamo di portare l’esterno dentro casa e viceversa. La luce naturale, il verde, la connessione con la natura sono diventati prioritari. Tutti noi ci siamo riempiti di piante, abbiamo cercato più aria, più spazio. Oggi si progettano anche vasche per piante all’interno degli ambienti. Nel mio lavoro di ristrutturazione noto spesso una discrepanza tra vecchio e nuovo: le nuove costruzioni rispettano i minimi di legge, ma non vanno oltre. Invece bisognerebbe progettare pensando al benessere, non solo ai metri quadri. Gli spazi piccoli possono funzionare, certo, ma solo se sono progettati con intelligenza. Aprire verso la luce, verso l’aria, verso l’esterno: è questa, secondo me, la vera sfida dell’abitare oggi.

Annarita Cacciamani

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