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Progettare il futuro: architettura, design e nuovi materiali secondo Simone Riva

di Federica Biffi
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L’architetto e designer ci racconta la sua esperienza tra Italia e Svizzera, il suo modo di progettare, le sfide della ricerca e il valore della multidisciplinarità, offrendo uno sguardo contemporaneo sull’architettura e il design.

 

C’è un equilibrio sottile tra creatività e concretezza, tra idea e realizzazione, che definisce il lavoro di Simone Riva, architetto e designer. Dopo un percorso decennale nel mondo del contract (tutti gli interventi sviluppati in funzione del luogo e delle specifiche richieste del committente, dunque un progetto sartoriale) ha fondato il proprio studio a Carimate Montesolaro (Como) con la volontà di esplorare questo mondo in tutte le sue sfumature: dall’hospitality al retail, fino al residenziale, con un approccio multidisciplinare che mette in dialogo estetica, tecnica e innovazione.

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progetto Eulero

Ogni progetto per lui è una sfida e un’opportunità: sperimentare nuovi materiali, reinterpretare spazi esistenti, trovare soluzioni che rispettino il contesto e chi vivrà quegli ambienti. È una visione in cui la precisione tecnica non limita la creatività, ma la sostiene, trasformando le idee in realtà tangibili. Emerge così il ritratto di un architetto che guarda al presente senza dimenticare la memoria del luogo, con uno sguardo sempre aperto alle possibilità del futuro. Un dialogo tra tecnica, poesia e vita quotidiana che rende ogni suo progetto unico e riconoscibile.

Quando e come ha capito che voleva intraprendere la professione di architetto e designer?

Dopo le scuole superiori, diplomato in arredamento presso l’Istituto Statale d’Arte di Cantù, nel comasco, la mia scelta è diventata univoca. Amante del design e dell’arte in generale, ero indeciso se proseguire gli studi in architettura o dedicarmi al prodotto industriale. In quegli anni, la Facoltà di Disegno Industriale era all’esordio accademico, ed ho preferito quindi esplorare il mondo dell’architettura. Quella scelta si è poi rivelata determinante per costruire il mio modo di vedere e fare architettura oggi.

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Quale è stato il momento decisivo che l’ha portata a fondare il suo studio?

Dopo oltre dieci anni di esperienza nel mondo del contract, ho sentito l’esigenza di dare una forma più autonoma al mio modo di lavorare. Durante quel periodo ho avuto la possibilità di seguire progetti complessi, che mi hanno permesso di sviluppare competenze organizzative e di project management solide. A un certo punto ho capito che quella esperienza poteva diventare la base per costruire qualcosa di mio: uno spazio di lavoro dove la multidisciplinarità fosse centrale e dove la creatività potesse dialogare costantemente con la tecnica. Lo studio nasce proprio da questo equilibrio, dal desiderio di coniugare l’idea e la capacità di concretizzarla.

In quali settori lavora e quali sono le sfide più interessanti?

La mia attività si concentra principalmente nel mondo del contract, con progetti che spaziano dall’Horeca al retail design, ma non mancano interventi nel mondo residenziale. Quello che trovo più stimolante è la possibilità di affrontare contesti molto diversi tra loro, ognuno con esigenze e linguaggi propri.

interna 2_concept per una casa farmaceutica

concept per una casa farmaceutica

Le sfide più interessanti nascono spesso dalla ricerca: quella sui materiali, sulle tecnologie e sulle soluzioni costruttive che permettono di coniugare innovazione estetica e prestazioni tecniche. Mi affascina sperimentare l’uso di materiali nuovi, non solo per le loro caratteristiche funzionali ma anche per la capacità di generare identità visive inedite. Ogni progetto è per me un’occasione per mettere in discussione abitudini consolidate e cercare un punto di equilibrio tra novità e coerenza.

Ha seguito progetti in Italia e all’estero: cosa cambia quando si lavora in contesti culturali diversi?

Negli ultimi anni ho lavorato soprattutto in Italia e in Svizzera, dove abbiamo anche una divisione dedicata al settore residenziale e contract. Le differenze principali riguardano il modo di operare: normative, procedure e relazioni con gli enti variano molto da un Paese all’altro e influenzano inevitabilmente il processo progettuale. Dal punto di vista creativo, però, la globalizzazione e l’internazionalizzazione hanno consentito di uniformare molto i caratteri estetici, con linguaggi più contaminati: oggi è più facile trovare punti di contatto tra scuole e approcci diversi. 

interna3- Progetto CERERE ATELIER DEL PANE

Progetto Cerere “Atelier del Pane”

Se dovesse individuare un’icona urbana che racconta bene il nostro tempo, quale le verrebbe in mente?

Dividerei l’iconicità in due esempi, uno umano ed uno architettonico. Sono molto legato al designer Enzo Mari, interprete del dialogo tra oggetto, comunicazione ed architettura ed anche ricercatore e sperimentatore. È un autore che consiglio spesso ai miei studenti al NAD (Nuova Accademia del Design di Verona e Milano), perché invita a pensare al design come a un atto culturale, non solo estetico. Comprendere il “tempo” in cui operiamo, le modalità su come muoverci e riflettere, è fondamentale. Sul piano architettonico, invece, trovo che il Centre Georges Pompidou di Piano, Franchini e Rogers rappresenti oggi un simbolo straordinario: una vera e propria icona, l’intramontabile macchina del design e della cultura capace di incarnare l’idea di città contemporanea rappresentando l’evoluzione, la vita cittadina, la cultura. 

Dal suo punto di vista, cosa deve garantire un infisso oggi, oltre all’efficienza energetica?

Oggi un infisso deve rispondere a esigenze sicuramente di acustica e estetica. L’isolamento acustico è un tema cruciale, soprattutto in contesti urbani densi o in spazi dove il comfort sonoro incide direttamente sulla qualità della vita.

interna4 - Progetto ALCHIMIA a CHIASSO

Progetto Alchimia a Chiasso

Al tempo stesso, l’infisso è diventato un elemento di progetto a tutti gli effetti, capace di definire la relazione tra interno ed esterno, di costruire scorci, proporzioni e prospettive. Negli ultimi anni il design delle partizioni ha raggiunto una maturità notevole: si lavora “al centimetro”, con un’attenzione quasi sartoriale al dettaglio e alla percezione visiva. Anche una semplice cornice può oggi contribuire in modo determinante all’esperienza complessiva dello spazio.

 

Federica Biffi

 

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