Nato dall’intuizione visionaria dell’architetto Andres Fiore e cresciuto in simbiosi con le rocce granitiche della Costa Smeralda, il Ritual continua oggi a definire un modello unico di dialogo tra natura, architettura e cultura. Francesca Fiore racconta l’eredità progettuale del padre, la gestione familiare e la sfida di preservare un luogo iconico restando fedeli alla sua essenza originaria.
Incastonato tra le rocce granitiche di Baja Sardinia, in continuità con il paesaggio circostante, sorge uno dei progetti più riconoscibili della Costa Smeralda. Il Ritual è un luogo in cui natura, architettura e cultura si intrecciano, configurandosi come uno degli spazi più significativi della scena sarda. Nato dall’idea dell’architetto Andres Fiore negli anni ‘70, il complesso propone un’impostazione che dialoga con la morfologia del sito: un percorso che attraversa ambienti scavati nella pietra, aperture naturali e scorci sul territorio costiero.
Pensato come spazio per la socialità e l’incontro, nel tempo è diventato un punto di riferimento per chi visita l’area, grazie alla sua particolare conformazione che unisce elementi costruiti e affioramenti rocciosi. Il Ritual rappresenta così un esempio di integrazione tra intervento umano e struttura paesaggistica, una sorta di teatro naturale che valorizza prospettive, materiali e luci del luogo. Dal 2004 la direzione del complesso è affidata a Francesca Fiore, figlia del fondatore, che ne ha proseguito l’evoluzione mantenendo attenzione per l’identità architettonica originale.
Francesca Fiore
Francesca ha assunto la guida dell’attività a soli 22 anni, dopo la scomparsa del padre: come ci racconta in questa intervista, gli esordi sono stati segnati dall’apprendimento delle dinamiche imprenditoriali e dalla conciliazione tra le dinamiche familiari e quelle di responsabile di un luogo legato alla vita notturna. Il progetto di Andres Fiore oggi continua a emergere nella gestione contemporanea, orientata a preservare il carattere distintivo dell’opera e a differenziarla rispetto ai modelli più convenzionali del settore.
Come è nato il progetto del Ritual?
È nato nel 1970 dalla geniale intuizione di mio padre Andres Fiore, architetto, che acquistò un terreno adiacente a Porto Cervo (che ai quei tempi stava nascendo come attrazione turistica): gli avevano parlato di grotte naturali immerse nella natura e lui se ne innamorò ancor prima di vederle. Una volta visitato il terreno ne colse subito il potenziale e capì quello che avrebbe costruito: un punto di ritrovo per artisti e intellettuali dell’epoca, un castello arroccato, un edificio che sarebbe stato un tutt’uno con l’ambiente circostante. Quello che poi divenne uno dei Club più esclusivi del mondo rimane ancora oggi intatto nella sua essenza più pura, frequentato dal jet-set internazionale anche ora dopo 55 anni di attività.
In quali aspetti il Ritual Club fa la differenza?
Credo che il Ritual sia un caso raro di brand nato senza branding. Cerco di spiegarmi meglio: non c’è mai stato e non c’è tutt’ora un progetto dietro al nome Ritual, forse proprio perché il Ritual non è un progetto. Solitamente nel mondo del clubbing i locali hanno una vita relativamente breve, o forse meglio dire veloce: hanno continui cambi di gestione e a volte anche di location, spesso cambiano nome. Il Ritual è un tempio senza tempo, un’azienda a gestione familiare arrivata in questi ultimi due anni alla terza generazione: i miei figli hanno iniziato a lavorare con me e non posso che esserne contenta. Abbiamo anche creato un ufficio comunicazione interno che lavora al nostro fianco: per raccontare il Ritual bisogna viverlo.
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Cosa migliorerebbe?
Credo da sempre che tenere il passo con le nuove forme di comunicazione sia uno dei punti fondamentali della crescita del Ritual. Siamo stati tra i primi a puntare sui social network quando ancora tutti utilizzavano le pubbliche relazioni con i flyer in spiaggia. Vorrei ampliare questa sezione dell’azienda e continuare a fare ricerche in questo campo, trovare sempre modi nuovi per fare arrivare la nostra essenza a quante più persone possibili in tutto il mondo. Non si tratta di migliorare, ma di stare sempre concentrati e soprattutto essere curiosi.
Quali sono le sfide maggiori che ha affrontato nel suo percorso?
Gestire un locale in Costa Smeralda a 22 anni non è stata una passeggiata. Diciamo che è stata una scelta quasi obbligata, un passaggio di testimone naturale: io al Ritual sono nata e cresciuta, quelle grotte sono il mio habitat naturale. Avevo però davanti a me i mostri sacri della nightlife degli anni ‘90, non ero mai entrata in una banca, andata da un commercialista e stavo affrontando un enorme lutto.
Non mi sono mai sentita non riconosciuta per quello che ero, forse a volte un po’ intimorita da come affrontare l’enorme responsabilità che avevo. Comunque non mi sono mai scoraggiata, avevo fame di sapere, di conoscere, avevo quell’ incoscienza dei vent’anni che ti fa sembrare tutto possibile. E che probabilmente mi ha salvato. La notte, infatti, non mi ha mai fatto paura, come nemmeno confrontarmi con persone all’epoca più adulte di me. Il fatto di essere donna in un mondo prettamente maschile non mi ha mai creato disagio, anzi credo che il punto di vista femminile in questo specifico settore sia quel qualcosa in più che caratterizza il Ritual e che contribuisce a renderlo unico al mondo.
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Come le ha affrontate?
Con il mio pragmatismo, istinto e una giusta dose di prudenza, cercando sempre l’unione, il rispetto, il dialogo e ricreando il senso di famiglia anche con i collaboratori e i clienti. In questi vent’anni sono cresciuta con il locale, con i miei collaboratori e con i miei figli.