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La sostenibilità si misura dai costi di gestione, non dall’impatto visivo

di Annarita Cacciamani
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Dalla formazione in Germania alle valli piacentine, Anja Werner ha sviluppato una visione del progetto in cui il paesaggio guida scelte e materiali. 

Arrivata in Italia dalla Germania alla fine degli Anni 70, Anja Werner si occupa di architettura del paesaggio. Tra le prime a progettare biopiscine in Italia e autrice di diverse pubblicazioni sul tema, nel suo lavoro ritiene fondamentale il rispetto della natura e del verde, senza trascurare dialogo tra interno ed esterno.

Quali sono le tappe principali del suo percorso professionale? Perché ha scelto di stabilirsi a Piacenza?

La mia scelta di vivere qui è stata un puro caso, come spesso accade nella vita. Mi sono laureata in Germania in architettura del paesaggio e ingegneria naturalistica, una disciplina molto vicina all’architettura edile ma con uno sguardo speciale verso l’ambiente e il ripristino del paesaggio. Dopo la laurea sono venuta in Italia soprattutto per ragioni climatiche. Ho trascorso alcuni anni a Milano, poi — sempre per caso — ho scoperto le valli piacentine: me ne sono innamorata e ho trovato una casa. Così sono rimasta.

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Anja Werner

Quando sono arrivata in Italia alla fine degli Anni 70, la figura della paesaggista era quasi sconosciuta. Raccontavo il mio lavoro e spesso mi rispondevano: «Che bello, dipingi?». In seguito, ho scritto il libro “L’architetto in giardino” con Rizzoli e da lì sono arrivati i primi clienti. Ho sempre mantenuto collaborazioni con colleghi all’estero — Portogallo, Australia, Argentina — e il mio percorso professionale si è costruito così, passo dopo passo.

È stata tra le prime a sviluppare biopiscine in Italia. Cosa sono e come si inseriscono in un progetto architettonico?

Le biopiscine rappresentano perfettamente la mia idea di natura e di giardino naturalistico. Sono piscine balneabili, ma completamente prive di chimica: l’acqua è depurata grazie a piante, substrati e meccanismi naturali. Possono assumere l’aspetto di una piscina tradizionale oppure di un piccolo lago ricco di vegetazione. Esistono anche soluzioni in cui la parte tecnica è sotterranea, senza piante visibili, ma io rimango affezionata al modello “a lago”. Durante la pandemia, per esempio, ho realizzato una grande biopiscina in Argentina per una cantina biodinamica: l’acqua trattata chimicamente non sarebbe stata compatibile con la loro filosofia produttiva; quindi, la soluzione naturale era l’unica possibile.

Come si inseriscono il verde e il paesaggio in un’architettura urbana?

È un tema complesso, che richiede osservazione e sensibilità. Ogni progetto esterno — città, campagna, collina — è inevitabilmente influenzato dal contesto. In città mi sento più libera: l’ambiente urbano è, per definizione, snaturato, quindi posso immaginare stili diversi, spesso cercando di creare un minimo di privacy, perché negli spazi urbani è rara. In campagna o in collina è il paesaggio stesso a suggerire materiali, forme, vegetazione.

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Progetto di giardino naturalistico e piscina con isola, proprietà privata nell’Oltrepò Pavese

Nei parchi pubblici, dove gli spazi sono maggiori, parto sempre da una domanda fondamentale: a chi serve questo parco? Non bastano tre panchine e qualche albero. Bisogna pensare alle diverse età, alle attività, alle zone d’ombra e di sole. Inserisco quasi sempre l’acqua: è un elemento vitale. C’è poi un tema decisivo e spesso trascurato: la manutenzione. Anche il progetto più bello, se non mantenuto professionalmente, si degrada. Per questo cerco sempre di capire budget e competenze (per esempio nella manutenzione), sia per il pubblico che per il privato: un giardino è uno spazio vivo, e deve adattarsi a chi lo utilizza.

Quali criteri considera fondamentali nella progettazione di un’area verde o di un parco pubblico?

La prima cosa è capire quali utenti frequenteranno il parco: l’età media, la presenza di famiglie, di bambini, di anziani. Da questo dipende l’offerta di spazi e funzioni: giochi, piccole aree sportive, zone tranquille, ombra e sole. E poi c’è il tema della manutenzione, che ritorna spesso e di cui si parla troppo poco: quanti fondi ha il Comune? Quanto personale può dedicare alla cura del verde? È un aspetto decisivo: senza manutenzione, anche il miglior progetto perde senso.

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Giardino per un castello nel Piacentino

Oggi sempre più spesso in Italia vediamo il verde portato nelle facciate dei palazzi in città. Cosa pensa di questa tendenza?

Le facciate rinverdite non sono una novità: esistono da più di trent’anni, soprattutto nei Paesi nordici. Si tratta di una soluzione che dal punto di vista ecologico è molto complessa. Richiede enormi quantità di manutenzione, acqua, potature. Appare molto verde, ma dietro ha costi e necessità che fanno riflettere. Esistono sistemi molto più sostenibili, come i tetti verdi, che funzionano anche da isolante naturale, o terrazze pensili progettate con criteri più semplici e gestibili. A volte si seguono “mode” spacciandole per innovazioni, ma la sostenibilità si misura nella gestione, non solo nell’impatto visivo.

La scelta degli infissi, come le ampie vetrate, può contribuire ad armonizzare una casa con il paesaggio circostante?

Assolutamente sì. È una questione di dialogo tra interno ed esterno. Nei Paesi nordici, dove la luce è scarsa, si tende a portare il paesaggio dentro attraverso grandi vetrate. Se attorno c’è natura, avere ampie aperture visive è un grande vantaggio. Io amo molto le grandi vetrate: mi permettono di vivere il bosco o il paesaggio che circonda la casa come parte integrante degli interni. Naturalmente ogni situazione è diversa: se fuori ci sono palazzi, il discorso cambia. 

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Biopiscina per un b&b in Sicilia

Esiste un luogo che considera la sua “icona urbana”?

Non ho un luogo preciso. Per me l’icona urbana è una città dove il verde è sano, ben curato e rispettato. Mi dà gioia vedere coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Oggi si parla molto di alberi e di “città verdi”, ma spesso sono gli stessi enti pubblici a danneggiare gli alberi con capitozzature drastiche che li mutilano e ne annullano la funzione. Le città che considero esempi sono quelle in cui il verde non viene maltrattato: Buenos Aires, Mendoza, Budapest. Non è un singolo luogo, ma un concetto: la coerenza tra parole e azioni.

 

Annarita Cacciamani

Nella Photo cover: Parco privato con biolago nel piacentino

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