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Laura Vanzo: «Amo progettare ricavando tutto lo spazio possibile, e anche di più»

di Mariza Cibelle Dardi
Per l’architetta Laura Vanzo il cantiere non è disordine, ma una fase di crescita necessaria per far emergere l’anima dello spazio progettato. Strumenti, render e visioni condivise trasformano poi l’attesa in fiducia ed esperienza consapevole.

 

I suoi interni non sono mai il risultato di una semplice combinazione di arredi: nascono da un confronto ravvicinato con chi li abita, dove la distribuzione, i materiali e gli interventi su misura vengono calibrati per restituire continuità e senso allo spazio domestico. Alla scala dell’architettura, Laura Vanzo affianca sempre quella del dettaglio. Disegna mobili e soluzioni d’arredo personalizzate che si innestano negli ambienti come estensioni naturali delle pareti e dei volumi: contenitori integrati, quinte attrezzate, elementi su misura che non aggiungono solo funzione, ma precisano il carattere del progetto. È questa la direzione in cui si muove lo studio ViVi architettura&design a Cambiano (Torino) che la professionista guida in prima persona.

L’architettura è entrata presto nella sua vita. C’è stato un progetto o un passaggio in cui ha percepito di aver trovato la sua cifra stilistica, il suo modo personale di interpretare i progetti?

La mia passione per l’architettura nasce nell’infanzia, nei cantieri di mio padre, che era impresario. Amavo accompagnarlo durante i sopralluoghi con i clienti: mi affascinava vedere come lo spazio cambiasse forma, come qualcosa di nuovo prendesse vita sotto i nostri occhi. Tornata a casa, provavo a replicare quelle case piegando il cartone, bucando il materiale per creare le finestre, colorandolo e arredandolo per farlo sembrare casa. Forse è lì che ho iniziato a sviluppare la capacità di abbracciare con lo sguardo ciò che mi circondava e ricomporlo nella mia mente, come un render.

Poi questa attitudine si è accentuata quando ho iniziato a guardare lo spazio con gli occhi del designer: mio marito fa questo di mestiere, in un altro settore, e il suo approccio mi è stato fondamentale per imparare a leggere gli ambienti e gli oggetti in 3D. Oggi, quando entro in un ambiente, lo ridisegno all’istante: ne scardino i limiti, ripenso i volumi, cambio gli arredi, lo stravolgo per liberarne il potenziale.

Sedia comodino da redesign di una sedia esistente, con punto luce integrato

Per me il cantiere non ha mai smesso di essere questo: non un insieme di macerie, cavi o materiali grezzi, ma il passaggio necessario per far emergere l’anima di un progetto. Non vedo il disordine, vedo una creatura che cresce e che diventerà esattamente ciò che ho immaginato. In questo percorso sento di avere in mano il gioco: ogni fase è una tappa studiata per raggiungere l’obiettivo prefissato.

Anche gli imprevisti e le complessità tipici delle ristrutturazioni non sono solo ostacoli, ma stimoli creativi. Una colonna strutturale imprevista non è un limite, ma l’opportunità per creare un nuovo elemento architettonico, magari il perno attorno a cui ancorare una penisola in cucina o un separé tra un ambiente e l’altro. È il problema che si fa soluzione, diventando il tratto distintivo di una nuova bellezza.

È stato proprio così in uno dei momenti più importanti del mio percorso: una decina di anni fa ho lavorato a un cantiere molto grande e stimolante per dei clienti speciali, che mi hanno dato carta bianca, affidandomi le scelte e, soprattutto, la responsabilità. Quella fiducia mi ha resa più forte.

Oggi so di poterla restituire mettendo a disposizione dei miei clienti tutta la mia esperienza, ancora in divenire, ma già solida. È una responsabilità che oggi si esprime nella cura sartoriale di ogni spazio. Gli elementi realizzati su misura diventano gli strumenti con cui completo il mio modo di progettare e cercare l’armonia: scale, ribassamenti e arredi particolari che disegno appositamente per i miei clienti. In questo approccio, non solo l’ambiente è studiato nei minimi dettagli, ma anche i complementi e gli arredi stessi contribuiscono a definirne l’identità.

Lei descrive la sua professione come una luce che indica la strada che il cliente non osa percorrere. Come si traduce questa visione nel suo modo di progettare?

Amo progettare cercando di ricavare tutto lo spazio possibile e anche qualcosa in più. Questo volume in più può uscire quando si lasciano le certezze, gli schemi consolidati e si prova a guardare l’ambiente da prospettive diverse. È da questa ricerca che è nato il mio uso della vista a 45 gradi: una scelta progettuale capace di aprire i volumi.

Lo sguardo non impatta più contro una parete frontale, ma viene accompagnato verso l’angolo opposto; la profondità visiva si dilata e l’atmosfera diventa dinamica, offrendo percorsi molteplici, unici e mai monotoni. Il 45° grado spezza i corridoi lunghi e li riproporziona, amplia alcuni ambienti e ricava piccole risulte che diventano sgabuzzini, lavanderie, docce e così via. Non è una soluzione che propongo sempre, perché non si adatta a ogni tipologia di casa, ma tendo a suggerirla quando sento che può fare davvero la differenza ed entusiasmare chi ci vivrà.

Quando introduco questa prospettiva, tutto il progetto la segue: materiali, colori, ribassamenti dei soffitti e persino la posa delle piastrelle, i cui tagli partono dagli angoli per riprendere quell’inclinazione. Ogni elemento è studiato di conseguenza, perché l’insieme risulti armonico.

Vista a 45° su una zona giorno open space

Quando una persona arriva da lei con un’idea ancora poco definita, come inizia a trasformare quel sentire indistinto in una direzione di progetto?

Credo profondamente nell’empatia con le persone e con i luoghi. Quando un cliente arriva da me con richieste apparentemente generiche, come «vorrei cambiare» o «mi piace questa foto», sento che dietro quelle parole c’è un bisogno più profondo che chiede di essere tradotto.

Il mio metodo nasce da una sintesi istintiva: osservo l’immagine di riferimento, studio la casa da trasformare e ascolto davvero la persona che ho di fronte. In quel momento unisco gli elementi per creare una visione che non sia solo esteticamente valida, ma che risuoni con l’identità di chi la abiterà.

Il mio approccio si nutre della mia stessa esperienza di vita. Qualche anno fa amavo vestire con colori accesi, come il fucsia; oggi preferisco l’eleganza del nero, illuminato da un singolo dettaglio colorato, magari realizzato da me. La mia anima è la stessa, ma la personalità si è evoluta, insieme ai traguardi, ai fallimenti, al vissuto quotidiano.

Chi sceglie di ristrutturare, a mio avviso, non sta solo cambiando mobili o buttando giù una parete: sta cercando un nuovo equilibrio. Il mio compito è tradurre questa evoluzione interiore in uno spazio fisico, usando la mia sensibilità come chiave di lettura delle richieste dei committenti per aiutarli a stare meglio nel luogo che chiamano «casa».

Il cantiere è una fase delicata, spesso associata a disordine, tempi lunghi e preoccupazioni. Come accompagna chi si affida a lei in questo passaggio?

Il cantiere è per sua natura un luogo precario: polvere, detriti, cavi a vista, una sospensione che spesso genera ansia. È difficile scorgere la bellezza dove per ora c’è solo confusione. Per vivere questo momento senza esserne travolti, serve un atto di immaginazione: guardare oltre le macerie e visualizzare la casa come nel render. Rinunciare alla frenesia del risultato immediato significa concedersi il tempo per sognare.

Non è un esercizio semplice, mette alla prova molti, ma il segreto è lasciare spazio all’architetta e alla parte più libera di sé stessi. Solo quando il cliente si affida alla visione tecnica e creativa, il cantiere smette di essere un problema e diventa il luogo in cui prende corpo la visione.

In questo atto di fiducia, il committente sceglie di delegare le criticità ai professionisti senza cercare di risolverle a modo proprio; spesso, infatti, i problemi sembrano più grandi di ciò che sono, mentre il professionista li ha già affrontati e superati molte volte. Per permettere ai clienti di sentirsi liberi di sognare, sono fondamentali strumenti come render, planimetrie colorate, piani condivisi e un cronoprogramma chiaro. Quando si conosce qualcosa, ci si sente sempre un po’ più sicuri.

Nei suoi progetti, che posto occupano la luce naturale e il disegno delle aperture nel costruire l’atmosfera degli ambienti?

Per me, la luce è l’ingrediente essenziale per rendere speciale e confortevole un ambiente, che si tratti di un’abitazione o di uno spazio di lavoro. In fase di progettazione, cerco sempre di massimizzare le superfici vetrate, armonizzandole con l’arredo e la distribuzione degli spazi. L’obiettivo non è solo illuminare, ma rendere il confine tra interno ed esterno quasi impercettibile.

Zona giorno con vetrate a tutta altezza e parapetto in vetro

In un recente progetto, gli infissi sono diventati i veri protagonisti: visti da fuori definiscono il carattere dell’edificio, mentre dall’interno si trasformano in cornici pure che lasciano trasparire il paesaggio come quadri naturali in continua evoluzione. Dove è stato possibile ho evitato le ringhiere tradizionali per non creare ostacoli alla visuale, preferendo un secondo vetro come protezione. Il risultato è emozionante: l’esterno sembra davvero a portata di mano.

In un’epoca dominata da modelli abitativi sempre più omologati, quale “icona urbana” sceglierebbe oggi per raccontare il nostro tempo?

Mi sono spesso chiesta cosa renda un’opera un’icona universale, capace di essere riconosciuta dal mondo intero e, allo stesso tempo, di toccare le corde più intime dell’anima. Come può una struttura apparentemente ordinaria — una casa, una chiesa, un ponte — trasformarsi in qualcosa di unico, un punto di riferimento che tutti percepiscono come speciale? Credo che la risposta risieda nella capacità di emozionare e catturare lo sguardo.

Un esempio, senza scomodare i grandi monumenti del passato, è Santiago Calatrava, che ha preso il concetto di ponte — solitamente un elemento monotono e di puro passaggio — e lo ha trasfigurato in monumento. Davanti alle sue opere le persone non corrono più: si fermano, osservano, riflettono. E, a volte, criticano.

Scala “Nuvola” interna su misura in legno, con parapetto in ferro sagomato e luce radente

Ricordo ancora l’emozione provata a Valencia davanti all’«Assut de l’Or», che per me è «l’Arpa». In quel momento, complici le nuvole bianche che accarezzavano la sommità del pilone, mi è mancato il fiato. Mi sono sentita catapultata nella fiaba dei fagioli magici: dove arrivava quell’arpa? Toccava il cielo? Cosa c’era oltre? Potevo salirci anch’io? Ero di colpo una bambina che fa «ohhh».

È stata una suggestione, certo, ma è questo il tipo di architettura che amo: romantica, capace di far battere il cuore e di trasportarti altrove mentre sei ancora immerso nel caos della città. Non ho la pretesa di paragonarmi ai grandi maestri, ma il mio sogno è che nei miei progetti ci sia sempre quel tocco particolare capace di far indugiare lo sguardo. Vorrei che le mie opere fossero un’esperienza speciale per chi le vive quotidianamente e una scoperta per chi, quasi per caso, vi si imbatte.

 

Mariza Cibelle Dardi

Photos: Laura Vanzo, ViVi architettura&design 

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