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Abstract Atelier: «Progettiamo spazi che rispondono ai cambiamenti di chi li vive»

di Annarita Cacciamani
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Dalla scala dell’arredo alla dimensione urbana, gli architetti Carlo Musso e Michele Simonetti ridefiniscono l’abitare contemporaneo attraverso il concetto di flessibilità, trasformando l’infisso da elemento tecnico a vero dispositivo narrativo.

 

Nel panorama dell’architettura torinese, lo studio Abstract Atelier si muove con un approccio che guarda prima di tutto a come sta cambiando il modo di vivere gli spazi. Fondato da Carlo Musso e Michele Simonetti, lo studio nasce come un collettivo aperto, un laboratorio di idee nato sui banchi dell’università e consacrato dal successo al concorso “AAA Architetti cercasi” nel 2024.

Per Musso e Simonetti, progettare non significa imporre una forma, ma creare un “frame”, una struttura funzionale capace di accogliere le trasformazioni della vita quotidiana. In questa intervista, i due architetti ci raccontano come la flessibilità, il dialogo con il contesto e l’uso espressivo degli elementi tecnici — come gli infissi — possano trasformare una semplice abitazione in un luogo di benessere profondo e sostenibile. «Quando concepiamo i nostri progetti, ci piace pensarli in modo che siano il più flessibili possibile, capaci di accogliere i cambiamenti e mutare insieme alle persone che li vivono» dicono.

Da sinistra Michele Simonetti e Carlo Musso

Come è nato Abstract Atelier?

Musso: «L’idea di Abstract è nata a tutti gli effetti sui banchi dell’università. Per noi, lo studio stesso è un progetto in continuo divenire. Il nostro obiettivo fin dall’inizio è stato quello di creare una realtà capace di affrontare la progettazione a tutte le scale, mantenendo un approccio trasversale che va dal dettaglio del singolo arredo fino all’intervento urbano più ampio».

Simonetti: «Abbiamo sempre accarezzato l’idea di aprire uno studio insieme. Il nostro percorso pratico è poi iniziato lavorando entrambi per un altro studio a Torino, mentre in parallelo portavamo avanti i nostri primi incarichi indipendenti. Nel 2024 abbiamo partecipato al concorso di Confcooperative, “AAA Architetti cercasi”, vincendo il terzo premio: quello è stato lo slancio definitivo che ci ha dato il coraggio di iniziare ufficialmente. L’idea principale alla base di Abstract è che sia un collettivo, più che uno studio nel senso classico del termine. Siamo una realtà aperta, pronta a collaborare con chiunque abbia voglia di portare nuove idee, che si tratti di sviluppare un progetto a più mani o di partecipare insieme a concorsi di progettazione».

Quali sono secondo voi le caratteristiche dell’abitare contemporaneo?

Musso: «La vera caratteristica oggi è la capacità di plasmare il progetto sulle specifiche richieste e sul modo di vivere della committenza. Un aspetto che ci interessa e ci stimola moltissimo, in questo senso, è la flessibilità d’uso degli spazi, ovvero la possibilità di renderli adattabili e cangianti nel tempo».

Simonetti: «Le caratteristiche dipendono fortemente dal background culturale e dal contesto geografico di chi vive lo spazio. Tuttavia, guardando alle attuali tendenze europee, e in particolare al Nord Europa, possiamo osservare l’affermazione di nuovi modelli abitativi. Penso al co-living, alle cooperative o al co-housing, dove a volte i futuri residenti si uniscono per progettare e costruire il proprio edificio da zero. In queste realtà si condividono spazi nevralgici, come grandi cucine, aree di svago o postazioni di lavoro. Di conseguenza, quella netta separazione tra sfera personale e spazio condiviso, che in passato era un dogma, oggi è sempre meno definita, lasciando spazio a un abitare molto più fluido e collettivo».

Render di una ristrutturazione e ampliamento in corso – Photo: Abstract Atelier

In un progetto di riqualificazione come coniugate design, estetica e richieste del cliente?

Musso: «Il nostro metodo parte sempre da un’analisi rigorosa dello stato di fatto e degli eventuali vincoli dell’immobile. Ascoltiamo attentamente le necessità spaziali dei clienti e, da lì, sviluppiamo un concept. La bozza di progetto che presentiamo è la sintesi esatta di questa ricerca. In questa fase ci piace anche osare, proponendo materiali sperimentali o soluzioni inusuali, pur sapendo che non sempre vengono accettate al primo colpo. Alla base di tutto, però, c’è una sorta di regola d’oro personale: ogni progetto nasce immaginando uno spazio che, per primo, vorrei abitare o utilizzare io stesso».

Simonetti: «Si tratta di un approccio che mi piace definire “integrato”: ci divertiamo molto a disegnare ogni singolo aspetto del progetto, dalla distribuzione degli spazi fino al dettaglio degli arredi, a volte forse anche un po’ troppo! Credo tuttavia che il vero collante tra la nostra ricerca estetica e le richieste del cliente sia la fiducia, un elemento non sempre scontato. Personalmente, in quanto giovane progettista, mi trovo nella fase in cui sto cercando di costruire la mia autorevolezza per dare più forza alle nostre intuizioni. È un aspetto cruciale: capita spesso che i clienti arrivino con un immaginario già definito da foto viste online, che però non rappresentano i loro spazi reali. Credo che il lavoro stia proprio nel mediare e guidarli verso un progetto che nasca dal processo e non da una ricerca su internet».

Che caratteristiche deve avere un’abitazione per poter essere considerata confortevole?

Simonetti: «Crediamo che un’abitazione confortevole sia semplicemente quella che risponde alle esigenze di chi la abita. Quando concepiamo i nostri progetti, ci piace pensarli in modo che siano il più flessibili possibile, capaci di accogliere i cambiamenti e mutare insieme alle persone che li vivono. Per ottenere questo risultato, di solito ci concentriamo nel risolvere gli aspetti meno mutevoli, come l’impiantistica. Questo ci permette di creare un vero e proprio frame fisso e funzionale, intorno al quale possono articolarsi le varie azioni della quotidianità. L’idea di fondo è che l’architettura debba fungere da sfondo, uno scenario all’interno del quale la vita di tutti i giorni possa svolgersi in modo libero e complementare».

Musso: «Per me questa rispondenza alle necessità si traduce nel “minimo essenziale”. Ridurre il superfluo per dare spazio agli elementi davvero cruciali. La luce naturale, ad esempio: la luminosità è un fattore imprescindibile per il benessere abitativo. E poi la presenza di uno sfogo esterno, uno spazio all’aperto, per quanto piccolo o essenziale possa essere».

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Progetto di ristrutturazione Overture – Photo: Michele Simonetti

Parlando di efficienza energetica, che ruolo hanno gli infissi?

Musso: «Da architetti, non ci limitiamo a vederli come un mero dato tecnico. Sono un elemento architettonico fondamentale: donano espressività e ritmo a una facciata o a uno spazio interno. A noi piace immaginarli come dispositivi visivi, capaci di incorniciare nuove vedute sul paesaggio circostante, o come strumenti per giocare con i chiaroscuri attraverso l’uso calibrato delle schermature».

Simonetti: «Proprio perché incidono enormemente sull’efficienza energetica e sulla sostenibilità globale del manufatto, per noi la sostenibilità non è mai una variabile o un’opzione progettuale, ma un dato di fatto intrinseco. È per questo che non tendiamo a pubblicizzarla come un valore aggiunto: la consideriamo semplicemente il punto di partenza, il requisito minimo e indispensabile affinché un progetto funzioni davvero».

Come vi rapportate con il contesto culturale e urbano nel quale si inserisce un progetto?

Musso: «Per noi la lettura del contesto è l’incipit di tutto. È una lettura che facciamo “a strati”: analizziamo le preesistenze storiche, ovviamente, ma studiamo anche i fattori ambientali, le dinamiche urbanistiche e i vincoli burocratici. È da questo studio multidisciplinare che scaturiscono le idee progettuali, concepite come una reinterpretazione e un dialogo continuo con il luogo».

Simonetti: «È impensabile progettare senza aver prima compreso a fondo il luogo, o l’edificio, su cui si va a intervenire. Tuttavia, crediamo che instaurare un dialogo con le preesistenze non significhi necessariamente assecondarle. Il rapporto con il contesto, infatti, non si risolve sempre per similitudine o mimesi. Al contrario, molto spesso un dialogo forte e rispettoso nasce proprio per contrasto, inserendo un elemento contemporaneo e leggibile che, staccandosi dall’esistente, finisce per valorizzare entrambi».

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Progetto di ristrutturazione Overture – Photo: Michele Simonetti

Esistono un luogo od un edificio che considerate un’icona urbana?

Simonetti: «Personalmente mi viene in mente il 21st Century Museum, in Giappone: per me è un’icona urbana perché ribalta l’idea classica di monumento. È un edificio che ha molte affinità con la nostra visione architettonica, con la sua incredibile chiarezza spaziale e un’assoluta economia dei mezzi. La sua vera forza sta nel creare un recinto essenziale, che non impone la sua presenza, ma viene letteralmente “riempito” e attivato dalla vita quotidiana della città».

Musso: «Per me un’icona urbana è la Casa da Música a Porto. È un edificio che attrae immediatamente l’attenzione grazie alla sua volumetria irregolare, che spinge l’osservatore a muoversi intorno ad esso e a scoprirlo da diversi punti di vista. Non è un oggetto statico, ma un’architettura che dialoga con la città e con lo spazio pubblico, ridefinendo il rapporto con il contesto urbano. Questa radicalità formale e urbana la rende una vera icona, capace non solo di farsi riconoscere dall’esterno, ma anche di invitare e invogliare a scoprire l’edificio al suo interno».

Annarita Cacciamani

Photo cover: Abstract Atelier – Render del concorso Europan a Getafe

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