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Elena Caligara: «Abitare significa raccontare una storia»

di Sara Tamburini
Identità, luce e memoria: una visione dell’architettura residenziale di una professionista che mette al centro le persone e il loro modo di vivere gli spazi.

Progettare spazi abitativi oggi vuol dire andare al di là di estetica e funzionalità, per interpretare nuovi modi di vivere, lavorare e prendersi cura di sé. Parola dell’architetta Elena Caligara, che collabora con lo studio torinese “Progettazione Design e sviluppa un approccio che unisce identità, comfort e memoria dei luoghi, dando forma a case capaci di evolvere insieme a chi le abita. In questa intervista racconta come cambia il concetto di abitare e quali sono le sfide più interessanti del progetto contemporaneo.

Nel suo lavoro emerge una forte attenzione alla qualità dell’esperienza abitativa. Da dove nasce questa sensibilità?

La mia sensibilità verso l’esperienza abitativa nasce dalla convinzione che ogni casa custodisca una storia, fatta di architettura, materia e soprattutto di persone che l’hanno vissuta e che la vivranno, riempendola di nuovi ricordi. Gli spazi influenzano profondamente il nostro benessere quotidiano, ma ancora prima raccontano chi siamo – o così penso dovrebbe essere – e come scegliamo di vivere. Una casa non è mai soltanto un insieme di superfici e arredi: è il luogo in cui si costruiscono abitudini, relazioni, pause e momenti di rigenerazione.

Progetto di ristrutturazione integrale di una casa degli anni ’30 a Torino

Per questo, in ogni progetto cerco di leggere non solo le esigenze funzionali, ma anche il modo in cui le persone desiderano sentirsi all’interno dello spazio. Mi interessa progettare ambienti funzionali, con attenzione alla luce, naturale e non, fluidità nei percorsi; aspetto che la renderà più comoda da vivere nel quotidiano e una sensazione di naturale appartenenza. La qualità dell’abitare, per me, nasce proprio da questo dialogo tra estetica, comfort, identità personale e recupero del passato.

Oggi progettare significa anche interpretare nuovi modi di vivere gli spazi. Quali cambiamenti le sembrano più evidenti nelle richieste dei clienti?

Il cambiamento più evidente è la richiesta di spazi sempre più flessibili, capaci di adattarsi a funzioni diverse nell’arco della giornata. La casa contemporanea non è più solo il luogo del vivere domestico, ma spesso include lavoro, socialità, relax e cura di sé. I clienti oggi sono molto più consapevoli del valore della qualità spaziale: chiedono funzionalità, luce naturale, estetica, analisi del colore, contenimento energetico e ambienti flessibili capaci di evolvere con le loro abitudini. C’è anche una crescente attenzione ai materiali, al comfort acustico e alla sostenibilità, non solo come scelta tecnica, ma come parte integrante di uno stile di vita più consapevole.

Cosa rende una casa riconoscibile, capace di avere un’identità chiara senza scadere nell’eccesso formale?

Credo che l’identità di una casa nasca dalle persone che l’abitano, dalla sua storia e dalla coerenza con cui questa viene interpretata, non dalla spettacolarizzazione o dalle mode del momento, che in quanto tali passano. Ogni abitazione possiede tracce, proporzioni, materiali e memorie che meritano di essere ascoltati e tradotti in una visione contemporanea declinata sempre sulle persone che ci abiteranno. Uno spazio diventa riconoscibile quando ogni scelta – proporzioni, materiali, colori, arredi, dettagli – contribuisce a raccontare una stessa visione. Progettare, in fondo, è raccontare una storia, e le storie non sono mai belle o brutte ma possono essere raccontate bene o male.

Non serve eccedere con elementi decorativi o gesti formali troppo marcati. Spesso è proprio la misura a rendere un progetto memorabile: un equilibrio tra pieni e vuoti, una matericità ben calibrata, una luce studiata per valorizzare i volumi. Per me l’eleganza risiede nella sottrazione e nella precisione, in una bellezza che si percepisce nel tempo e che rimane attuale perché radicata nella personalità di chi abita quello spazio.

Gli infissi influenzano luce, comfort e linguaggio estetico. Quali aspetti considera prioritari nelle sue scelte progettuali?

Gli infissi sono un elemento fondamentale perché definiscono il rapporto tra interno ed esterno e incidono in modo diretto sulla qualità dello spazio, non solo in termini di miglioramento delle prestazioni energetiche ma anche da un punto di vista estetico. Nelle mie scelte considero prioritari tre aspetti: la capacità di massimizzare la luce naturale, la performance in termini di isolamento termoacustico e il disegno del serramento che deve essere coerente con il fabbricato e la sua epoca.

Ristrutturazione integrale di alloggio in palazzo storico dell’800 a Torino

Mi interessa molto anche la coerenza materica e cromatica con il resto del progetto, con una particolare attenzione al recupero e alla valorizzazione dei materiali originali quando presenti: legni, pavimenti storici, dettagli metallici o cornici possono diventare elementi narrativi preziosi, perché il dettaglio dell’infisso contribuisce a costruire quel senso di armonia complessiva che rende l’ambiente sofisticato e funzionale.

L’architettura residenziale oggi deve rispondere a esigenze sempre più ibride. Qual è la sfida che la stimola di più?

La sfida più stimolante è riuscire a dare ordine alla complessità, un processo di sottrazione che in realtà aggiunge valore ed elimina il superfluo, pur conferendo carattere e personalità agli ambienti.  Il mio obiettivo è trasformare questa complessità in ambienti fluidi, intuitivi e armoniosi, dove ogni funzione trovi il proprio posto senza frammentare l’esperienza abitativa. Mi appassiona soprattutto la possibilità di creare spazi che sappiano cambiare insieme alle persone, mantenendo una forte identità estetica ma restando aperti all’evoluzione della vita quotidiana.

Guardando al futuro, quali direzioni immagina per il modo di progettare e abitare le città?

Immagino un futuro in cui il progetto sarà sempre più centrato sulla qualità della vita, sulla sostenibilità concreta e mi auguro su una rinnovata attenzione verso la bellezza intesa come valore. Abitare le città significherà ricercare case più efficienti, luminose e flessibili, confortevoli, ma anche luoghi capaci di ristabilire un rapporto con il tempo, la natura e il benessere personale. Credo che il design residenziale si muoverà verso soluzioni più essenziali e personalizzate, dove la tecnologia sarà integrata con elementi sopravvissuti al divenire del tempo, che contribuiranno a dare quel calore e forse anche quella nota romantica che un po’ si è persa e funzionali.

La vera direzione, per me, è progettare spazi che migliorino la vita delle persone senza perdere il legame con la memoria dei luoghi: case che custodiscano il passato, accolgano il presente e siano pronte a contenere la storia futura di chi le abiterà e restituiscano significato al loro modo di abitare, dentro case che siano non solo belle, ma profondamente sensate e funzionali.

Nel dibattito contemporaneo si parla spesso di architetture iconiche come elementi immediatamente riconoscibili sul piano visivo. Secondo lei può esistere un’“icona urbana”? 

Credo di sì, oggi tendiamo ad associare l’idea di icona urbana a edifici spettacolari e immediatamente riconoscibili, ma esiste anche una forma più discreta di iconicità, che si costruisce nel tempo attraverso la qualità della vita che uno spazio è in grado di offrire. Torino, da questo punto di vista, è interessante perché la sua identità non nasce solo da singoli edifici simbolici, ma dal modo in cui si tengono insieme piazze, portici, viali e quartieri. Ci sono luoghi che non colpiscono per monumentalità, eppure restano impressi perché fanno stare bene e invitano le persone a viverli.

Un’architettura diventa davvero iconica quando entra nella vita quotidiana delle persone, quando viene riconosciuta e fotografata, ma anche attraversata, abitata, ricordata. In questo senso anche uno spazio apparentemente “silenzioso” può diventare un simbolo urbano: non per la spettacolarità, ma perché riesce a creare relazioni e continuità.  L’architettura più significativa non è sempre quella che si nota di più, ma spesso è quella che le persone finiscono per sentire propria.

 

Sara Tamburini

Photo cover: Elena Caligara

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