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Studio Lamatilde: «La memoria del luogo è sempre il punto di partenza»

di Paola Landriani
Negli interventi dello studio torinese, il progetto prende forma dalla memoria dei luoghi, che viene rielaborata attraverso segni, materiali e scelte spaziali. Un lavoro di stratificazione e traduzione dove ogni elemento contribuisce a costruire un’esperienza attraverso la relazione tra passato e presente.

Come si costruisce un racconto attraverso lo spazio? È una domanda che attraversa il lavoro dello studio lamatilde, dove ogni progetto nasce come un processo di ricerca legato al contesto, alle persone e alle modalità di fruizione. Come racconta Marco Ruffino, co-fondatore dello studio, insieme al team, dai primi lavori negli allestimenti temporanei fino ai progetti per ristorazione, hospitality e architettura, il percorso dello studio si è sviluppato in modo progressivo mantenendo uno sguardo attento al rapporto tra spazio, uso e narrazione. 

Come è nato il vostro studio e quali sono stati i passaggi che hanno definito la vostra identità nel tempo?

Lo studio è nato nel 2007 dall’incontro tra competenze diverse, dal design di prodotto alla grafica fino all’interior e all’architettura, e dalla volontà comune di sviluppare progetti in grado di farsi portatori di significato, al di là del loro carattere espressivo. Una prima esperienza di collaborazione con un’azienda al tempo attiva nella produzione di allestimenti temporanei è stata importante perché in quel contesto, oltre ad apprendere un certo “saper fare” concreto, si sperimentava già il rapporto tra spazio, racconto e modalità di fruizione, che rappresenta ancora oggi un aspetto centrale del nostro approccio progettuale.

Dopo questa esperienza abbiamo iniziato a lavorare con più frequenza nel mondo della ristorazione che, trattandosi di un ambito in cui la narrazione svolge un ruolo prominente, è stato un terreno molto fertile per sviluppare ed evolvere questo approccio. Col tempo il lavoro si è allargato anche al campo dell’ospitalità, del corporate, del retail e dell’architettura ad uso abitativo. È stato un percorso piuttosto organico, in cui ogni passaggio ha contribuito a definire meglio un modo di lavorare che oggi resta abbastanza trasversale, sempre attento al dialogo tra spazio e comunicazione.

 

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Nei vostri progetti lo spazio sembra assumere una dimensione narrativa: come si costruisce una storia attraverso un progetto architettonico?

Partiamo sempre dalla ricerca: ogni progetto contiene un racconto possibile, legato al contesto, alle persone, alle pratiche d’uso. Una volta individuato il concept narrativo lo sviluppiamo e lo traduciamo in un sistema di segni visivi, materici e spaziali che costruiscono un percorso, una temporalità, e in definitiva, un’esperienza. Quello che ci interessa è proprio questo: non tanto raccontare in modo didascalico, ma far sì che lo spazio generi un’esperienza “aumentata”: la storia emerge nel modo in cui viene percepito, vissuto e interpretato da chi lo attraversa.

In un progetto attento alla relazione tra interno ed esterno, che ruolo hanno gli infissi?

Gli infissi hanno sempre un ruolo attivo nel progetto: possono dissolversi e diventare una soglia abitata, quando dall’esterno si intravede uno scorcio dell’interno, oppure configurarsi come un vero e proprio dispositivo di inquadramento che seleziona e valorizza il paesaggio esterno. In entrambi i casi sono elementi in equilibrio tra connessione e separazione, che costruiscono una relazione reciproca tra architettura e contesto.

Nel settore dell’ospitalità come trovate l’equilibrio tra esigenze funzionali e qualità dello spazio?

Cerchiamo di non impostare mai il progetto su scelte puramente soggettive o espressive fini a se stesse. L’equilibrio tra funzione e qualità dello spazio è qualcosa che si costruisce insieme fin dall’inizio. Per qualità, infatti, non intendiamo solo una qualità estetica o spaziale, ma piuttosto una qualità del racconto. Uno spazio funziona davvero quando la sua fruizione è chiara, naturale, ma allo stesso tempo in grado di attivare un’esperienza che va oltre l’uso immediato. In questo senso, il progetto è riuscito quando riesce a far emergere un racconto: qualcosa che reinterpretata la memoria del luogo, ma che allo stesso tempo aggiunge un livello ulteriore per chi lo vive e lo attraversa.

Hotel du Grand Paradis – Photo: Alessandro Saletta – DSL Studio

Come lavorate sul rapporto tra memoria e trasformazione?

Il punto di partenza è sempre la memoria del luogo e il suo contesto: il genius loci, le stratificazioni, le tracce d’uso. È lì che troviamo gli elementi che danno il primo input al progetto. Il lavoro consiste poi nel reinterpretarli, costruendo una lettura contemporanea capace di ridefinire lo spazio. Non si tratta di conservare né di stravolgere, ma di tradurre: portare quegli elementi di memoria all’interno un linguaggio attuale. I nuovi inserimenti nascono da questo processo: dialogano con l’esistente, a volte per continuità, a volte per contrasto, ma sempre con l’obiettivo di rendere leggibile la relazione tra passato e presente. In questo modo la trasformazione diventa essa stessa una forma di racconto: uno spazio che evolve, mantenendo però un legame chiaro con la propria identità.

C’è un progetto che, più di altri, racconta un passaggio importante per lo studio o un cambio di approccio?

Ci sono due lavori che raccontano in modo particolarmente chiaro il nostro approccio. EDIT, a Torino, è uno di questi: uno spazio estremamente articolato e multifunzionale, dove la complessità del programma è stata resa leggibile soprattutto attraverso il progetto grafico, che diventa strumento per orientare, raccontare e tenere insieme esperienze diverse all’interno di un unico sistema.

Gli spazi di EDIT – Photo: PEPE Fotografia

Un altro progetto significativo è LAQUA Countryside, a Ticciano, in Campania, un boutique hotel di proprietà dello chef Antonino Cannavacciuolo. In questo caso il lavoro si muove in una direzione quasi opposta: la narrazione non passa tanto dalla grafica, ma da un’attenzione più profonda ai materiali e alle lavorazioni che esplicitano una dimensione più intima del racconto, legata alla memoria e all’idea di ritorno a casa dello chef. Sono due esempi diversi, ma complementari, che mostrano come il nostro approccio non sia legato a un linguaggio formale preciso, quanto alla capacità di individuare di volta in volta il mezzo più adatto per costruire un racconto coerente con il luogo e con chi lo abita.

Photo: LAQUA_Serena Eller Vainicher

Qual è un’icona urbana che, per approccio o sensibilità, sentite affine al vostro modo di progettare?

Le città contemporanee sono costituite di stratificazioni e di spazi anche molto diversi tra loro che, proprio per il loro radicamento nella memoria collettiva, possono essere considerati icone a pieno titolo. Nel nostro lavoro ci capita di avere la fortuna di confrontarci direttamente con alcune di queste realtà, lavorando all’interno di luoghi o su temi che hanno già un forte valore simbolico. In questi casi il progetto diventa un esercizio di relazione e di misura, in cui cerchiamo di mantenere un approccio umile e al servizio del contesto.

Alla Pinacoteca Agnelli, a Torino, abbiamo lavorato su due progetti distinti: il FIAT Café 500 e lo spazio espositivo Casa FIAT, all’interno di un sistema di icone stratificate, il Lingotto, la storia della FIAT, la 500 e lo stesso involucro museale, il cui progetto originario è stato realizzato da Renzo Piano Building Workshop. Nel caso del caffè, il progetto traduce l’equilibrio tra estetica e funzione della 500 in uno spazio che si comporta quasi come una “carrozzeria”; nello spazio espositivo, invece, il lavoro è più legato alla costruzione di un racconto per restituire questa eredità.

Un dettaglio di Casa FIAT – Photo: Alessandro Saletta – DSL Studio

Un approccio diverso riguarda il Caffè San Carlo, simbolo della Torino ottocentesca e risorgimentale, luogo di incontro e di cultura, dove l’intervento si misurava con un’icona legata alla memoria più umana e storica della città, lavorando quindi per continuità e integrazione. In questi contesti, il progetto non si sovrappone all’icona, ma si inserisce all’interno della sua storia, accompagnandone l’evoluzione attraverso le diverse epoche.

Paola Landriani

Photo cover: il team dello studio

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