Dal coworking a Torino fino alla Liguria, in questa intervista l’architetto Iannetti illustra un modello flessibile e sostenibile di progettazione, che mette al centro il benessere del cliente e il recupero etico del patrimonio esistente.
Torinese, con una base operativa nel cuore della sua città — in una scrivania all’interno di un coworking insieme ad altri nove architetti e amici —, l’architetto Danilo Iannetti ha ridefinito il concetto di studio professionale. Lavorando in proprio attraverso un modello di “studio diffuso”, Iannetti unisce la flessibilità operativa alla capacità di gestire progetti complessi: a seconda delle esigenze, infatti, attiva sinergie e collaborazioni con colleghi a Milano o imprese in Liguria, differenziando il rischio e rimanendo aperto a ogni sfida progettuale. Il suo obiettivo sui canali social e nella professione è chiaro e ambizioso: “Voglio mettere il punto esclamativo ai tuoi progetti!”. In questa intervista ci racconta la sua visione, dove l’ascolto del cliente e l’etica del recupero mettono l’architettura al totale servizio del benessere delle persone.
Com’è nato il suo percorso nel mondo dell’architettura e qual è stato il progetto o il momento di svolta che ha ridefinito maggiormente il suo modo di progettare?
Credo di essermi innamorato di questa professione a cinque o sei anni, giocando con i Lego. Non mi limitavo a incastrare i mattoncini, ma costruivo edifici complessi con rampe e ascensori, immaginando le storie di chi li avrebbe abitati. Mi divertivo anche a disegnare le planimetrie delle case di parenti e amici, spiegando ai miei genitori come le avrei riorganizzate. Ho sempre saputo che questa sarebbe stata la mia strada.
QPC – A qualcuno piace curvo, Torino – Photo: Ivan Meli
Un ricordo indelebile è legato alla copertina di un libro delle elementari che raffigurava il Centro Culturale Jean-Marie Tjibaou di Renzo Piano in Nuova Caledonia: ero affascinato da quelle strutture, dal loro dialogo con la natura e dal contesto sociale e culturale in cui si inserivano.
Ho avuto la fortuna di iniziare a praticare la professione molto presto, già nei primi anni della triennale al Politecnico di Torino. Tuttavia, se devo individuare il vero momento di svolta che ha ridefinito il mio approccio, è stato l’incontro con Emanuele Zaniboni ed Enrico Giurbino. Mi hanno accolto inizialmente come tirocinante mentre scrivevo la tesi fino a diventare collaboratore stabile e mi hanno insegnato, prima di tutto, a concepire la disposizione degli spazi partendo rigorosamente dalle reali esigenze del cliente. Ma soprattutto, mi hanno trasmesso la capacità di dare il giusto peso al lavoro, affrontando le complessità del mestiere con uno spirito giocoso e appassionato. Oggi ho l’onore e il piacere di averli come amici e colleghi di scrivania, e quel percorso di crescita al loro fianco ha plasmato profondamente il mio metodo progettuale.
Oggi l’efficienza energetica non è solo una questione di numeri, ma anche di benessere. Come riesce a unire i requisiti tecnici di un edificio con il comfort sensoriale, come l’uso della luce naturale e la scelta di materiali naturali?
Un buon progetto di architettura non può mai prescindere dal comfort termico, acustico e visivo. Certamente ci sono parametri fisico-tecnici e normativi rigorosi da rispettare, ed esistono tecnologie adatte per ogni necessità. Tuttavia, sono convinto che a fare la vera differenza non siano solo i calcoli, ma l’approccio progettuale.
È qui che entrano in gioco lo studio accurato della luce naturale, la scelta materica e l’attenzione alle proporzioni. L’uso di materiali naturali, ad esempio, unito allo studio dei flussi, dei colori e delle abitudini di chi vivrà la casa, permette di creare una connessione profonda con il contesto. La sfida più grande, ma anche la parte più affascinante del nostro lavoro, sta proprio in questa sintesi: la capacità di orchestrare l’estrema complessità dei saperi tecnici, fondendola con l’estetica e, soprattutto, con il benessere delle persone.
L&O Law & Order, Torino – In collaborazione con l’architetto Giovanni Antico – Photo: Danilo Iannetti
Parlando di bioedilizia e rispetto dell’ambiente, la vera sfida per il futuro dell’abitare sarà recuperare e trasformare il patrimonio edilizio che già abbiamo? O concentrarsi sulla costruzione di nuove case ecologiche da zero?
Non ho dubbi al riguardo: la vera sfida, e a mio avviso l’unica strada eticamente percorribile, è il recupero e la trasformazione del patrimonio esistente. Dobbiamo mettere fine al consumo di suolo.
Viviamo in contesti urbani già densi e fortemente antropizzati dove, paradossalmente, affrontiamo una grave crisi di accesso alla casa. Intere fette di città sono oggetto di speculazione, destinate agli affitti brevi o lasciate sfitte. Tutto il resto del patrimonio immobiliare è spesso energivoro, in condizioni inadeguate o economicamente inaccessibile. Per questo ritengo che costruire il ‘nuovo’, per quanto ecologico, non sia la risposta ai nostri problemi.
Abbiamo l’enorme urgenza di recuperare ciò che già c’è, rendendo la casa un bene sostenibile e accessibile a tutti. È una visione ben supportata anche dall’iniziativa House Europe, che seguo con molta attenzione e che promuove proprio leggi per favorire il recupero degli edifici anziché la demolizione.
Credo fortemente che la nostra categoria professionale, di pari passo con la politica, debba muoversi in questa prospettiva: oggi non si può più parlare di architettura, di bioedilizia o di abitare senza tenere conto dei profondi fenomeni socio-economici che definiscono le nostre città.
Progettare una casa è un percorso molto intimo. Come riesce a tradurre i desideri e le esigenze del cliente senza per questo snaturare la sua identità di progettista?
Ogni progetto parte, prima di tutto, dall’ascolto attento di chi vivrà quegli spazi. Trovo che la fase conoscitiva e lo studio delle proposte siano la parte più stimolante del mio lavoro. Pur avendo degli elementi estetici e funzionali che mi caratterizzano e che mi piace proporre, non è nel mio approccio imporre una visione preconcetta.
L&O – Law & Order, Torino – In collaborazione con l’architetto Giovanni Antico – Photo: Giovanni Antico
Al contrario, preferisco pormi come una guida: accompagno il cliente nel percorso, mettendolo in condizione di fare scelte consapevoli e adattando il progetto alle sue esigenze estetiche, funzionali e, non ultime, economiche. Credo infatti che la mia identità di progettista non risieda nell’imporre una specifica ‘firma’ estetica, quanto piuttosto nella capacità di gestire e orchestrare l’intero processo. Sono convinto che il successo del risultato finale dipenda moltissimo dalla fiducia che il cliente riesce a riporre in questo percorso condiviso.
Che importanza rivestono gli infissi all’interno di un’abitazione, sia dal punto di vista delle prestazioni isolanti/sicurezza sia come elemento di design?
Gli infissi sono il filtro tra l’intimità della casa e l’ambiente esterno, il punto esatto in cui la tecnica e l’architettura si incontrano. Dal punto di vista tecnico e prestazionale, sono l’elemento chiave per l’efficienza, specialmente nel recupero del patrimonio esistente: abbattono i consumi, garantiscono comfort termico e acustico e assicurano la protezione e la sicurezza degli spazi.
Dal punto di vista del design, l’infisso è lo strumento con cui “progettiamo” la luce naturale. Le proporzioni, i materiali e gli spessori dei profili inquadrano il contesto esterno e definiscono in modo radicale l’atmosfera degli ambienti interni. Il mio ruolo, in questo caso, è estremamente pratico: guidare il cliente nel trovare il perfetto punto di equilibrio tra le massime prestazioni tecniche, la resa estetica e il rispetto del budget a disposizione.
Esistono un luogo o un edificio specifico che considera un’icona urbana e che rappresenta un suo costante punto di riferimento teorico o visivo?
Il mio punto di riferimento assoluto è la trasformazione dei 530 alloggi al Grand Parc di Bordeaux, progettata da Lacaton & Vassal insieme a Druot e Hutin.
IDB – In Due Bocconi, Milano, in fase di realizzazione
È la sintesi perfetta di tutto ciò in cui credo. Di fronte a tre enormi blocchi di edilizia sociale degli anni ’60, la scelta più facile – e purtroppo comune – sarebbe stata quella di demolire. Invece, hanno scelto di conservare e trasformare, aggiungendo estensioni e giardini d’inverno che hanno rivoluzionato la quantità di spazio, la luce naturale e il comfort termico degli appartamenti.
Incarna la vera sfida del nostro tempo: fare grandissima architettura lavorando sull’esistente. Hanno migliorato radicalmente la qualità della vita di centinaia di famiglie senza consumare nuovo suolo e senza sradicare la comunità, visto che nessuno è stato costretto a trasferirsi durante i lavori. È l’esempio perfetto di quello che cerco di fare ogni giorno: un’architettura che mette da parte l’ego del progettista per mettersi al totale servizio delle persone e della città.