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Architettura del Belonging: a Londra il design rivendica il diritto alla città

di Federica Biffi
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Il London Festival of Architecture (LFA) trasforma la capitale britannica in un laboratorio a cielo aperto. Al centro del dibattito, una domanda cruciale per l’urbanistica del futuro: come possono lo spazio pubblico e la progettazione partecipata generare un autentico senso di appartenenza?

Ogni anno, a giugno, Londra diventa un palcoscenico europeo dedicato alla cultura della progettazione. Sta per terminare l’edizione del 2026 del London Festival of Architecture (LFA) – che si svolge dall’1 al 30 giugno – con un programma di oltre 400 attività tra installazioni, talk, workshop e percorsi urbani. Ma al di là dei numeri, ciò che rende l’LFA un appuntamento cruciale per la comunità internazionale di architetti e urbanisti è la sua capacità di agire come una sorta di “termometro” delle esigenze sociali e spaziali del nostro tempo. Sotto la guida della direttrice Rosa Rogina, il festival si è allontanato dalla dimensione puramente espositiva per tradursi (anche) in azione politica e sociale. L’obiettivo era quello di osservare il cambiamento profondo che un intervento architettonico, anche temporaneo, può innescare nel tessuto sociale.

La casa del festival è stata The London Centre in Aldermanbury, spazio che è diventato il cuore pulsante delle attività, ospitando dibattiti, mostre (tra cui un’esposizione dedicata ai trasporti londinesi con i celebri bus) e la Lego Challenge, iniziativa che invita professionisti e appassionati a modellare visioni di abitare condiviso. Se si guarda alle installazioni diffuse, spicca “Colour Field”, il padiglione estivo temporaneo progettato da Objects of Common Interest a Principle Place. Realizzato interamente con frammenti di marmo, onice e travertino di recupero, il padiglione si configura come uno spazio di sosta, contemplazione e attività spontanea, dimostrando come il riuso dei materiali possa dialogare con l’estetica contemporanea e il benessere collettivo.

La poetica del Belonging: l’alchimia tra memoria e spazio

 Il fil rouge che ha attraversato l’intera manifestazione è racchiuso nella parola “Belonging” (appartenenza). In un’epoca segnata da rapide trasformazioni urbane, processi di gentrificazione e polarizzazioni sociali, interrogarsi sul significato dell’“appartenere” a un luogo significa osservare ciò che accade da prospettive diverse e a riscoprire il legame tra persone, comunità e territori.

Come riportato nella guida dedicata firmata dalla rivista internazionale “Wallpaper*”, Tanisha Raffiuddin, membro del comitato curatoriale del festival, sostiene che l’appartenenza si manifesta «quando una strada, un profumo o uno skyline diventano parte della tua storia personale. È quell’alchimia tra memoria e spazio, dove la narrazione del singolo si allinea con la vita condivisa di un luogo».

Il London Festival of Architecture ha spostato la lente d’ingrandimento da chi ha il potere formale di plasmare la città a chi la abita quotidianamente. I progetti selezionati quest’anno dimostrano infatti come l’esperienza vissuta dei cittadini e l’esperienza professionale dei progettisti possano collaborare per “rinaturalizzare” le aree grigie, reclamare le strade trascurate e trasformare lo spazio pubblico in un bene comune accessibile e inclusivo.

La metropoli policentrica: gli 11 quartieri-laboratorio

Il festival si è sviluppato attraverso una struttura policentrica. Sono stati individuati 11 hub di quartiere che incarnano le diverse anime della metropoli: dalle storiche vie della City of London e di Fitzrovia, alle aree in forte transizione come Canning Town and Leamouth, Royal Victoria, Thames Road, fino ai quartieri periferici o emergenti come Wood Green, Colindale and Edgware e Wandsworth Town.

Ogni hub rispondeva alla sfida del “Belonging” secondo le proprie specificità locali. A Fitzrovia, il concorso di progettazione “Find Fitzrovia” ha esplorato nuove modalità di orientamento e connessione pedonale, mentre ad Aldgate (nella Culture Mile), il progetto temporaneo “Macchiato” dello studio OUT Architecture ha mostrato l’impatto dei micro-interventi: un pocket park ispirato al rito quotidiano del caffè che trasforma un angolo stradale in un salotto urbano accogliente.

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Photo: Pexels / Pixabay

Voci, inclusione e urbanistica della cura

L’LFA si distingue per la pluralità delle voci coinvolte. La Murray Lecture ha visto quest’anno come protagonista l’architetto Jayden Ali, fondatore dello studio JA Projects, che ha riflettuto sulla propria esperienza nella progettazione della Londra contemporanea. Sul fronte opposto, la Young Voices lecture è stata affidata a Sam Elbahja, artista, poetessa e laureata in architettura a Cambridge, che porta lo sguardo fresco e laterale delle nuove generazioni sulla giustizia spaziale.

A guidare la direzione strategica del London Festival of Architecture è stato un comitato di curatori eterogeneo, che include realtà come Black Females in Architecture, fondata dalle architette Neba Sere e Selasi Setufe, l’urban designer Rumi Bose e l’attivista Tayshan Hayden-Smith. Questa diversità si riflette in tavole rotonde come “Queering Space”, volto a indagare come le politiche urbane e la pianificazione possano aprirsi alle istanze delle comunità LGBTQIA+.

 Il pregio del London Festival of Architecture è la sua volontà di non esaurirsi alla fine del mese di giugno. Le installazioni pop-up, i parchi tascabili e i workshop partecipati sono concepiti come prototipi. Si propone così di piantare semi destinati a germogliare a lungo termine sotto forma di nuove competenze comunitarie, connessioni sociali e, soprattutto, nuove policy urbane.

 

Federica Biffi

Photo cover: Pexels / Mia’s photography

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