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Case estive: i benefici dell’architettura mediterranea

di Paola Landriani
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Pietra, calce, ombra: le case mediterranee resistono al caldo da sempre. Ma quello che cerchiamo davvero, in estate, è un tempo che in città abbiamo smesso di avere.

Ogni estate, quando ci prepariamo a prenotare le vacanze, ci ritroviamo a guardare sempre le stesse case. Le masserie pugliesi immerse negli ulivi, i dammusi di Pantelleria, le case bianche delle Cicladi, le finca nella campagna spagnola. Tornano puntuali come un rituale, in un settore, quello dell’home design, dove di solito le tendenze si consumano in una stagione.

Anche queste sono, in un certo senso, una tendenza, ma a differenza delle altre non si esauriscono, perché non raccontano solo un gusto, e i gusti cambiano nel tempo. Queste case, oltre a essere belle, rispondono a un problema con cui ci scontriamo ogni anno, ormai quasi come un’abitudine che non ci consola più: l’estate più calda mai registrata.

Le città trattengono il calore fino a notte, dormire con le finestre aperte non basta, e il condizionatore è passato da lusso occasionale a presenza fissa in molte case, anche in zone che fino a poco tempo fa non ne avevano davvero bisogno.

Le architetture del Mediterraneo, quel caldo, lo conoscono da sempre perché sono nate in luoghi dove non è un’emergenza stagionale, ma una condizione permanente con cui fare i conti ogni giorno finendo per modellare tutto: i materiali, gli spazi e anche il modo in cui ci si muove dentro una casa.

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Photo: Pexels / Alex La Tierra

I mille volti della casa mediterranea

Parlare di architettura mediterranea come se fosse una categoria unica è quasi un paradosso. Una masseria pugliese ha poco in comune con un dammuso di Pantelleria. Le case delle Cicladi raccontano una storia diversa da quella delle finca spagnole.

Le masserie erano aziende agricole prima ancora che luoghi di vacanza. I dammusi sono comparsi su un’isola dove la pietra lavica era il materiale più abbondante e l’acqua andava raccolta con attenzione. Nelle Cicladi il bianco della calce è diventato un simbolo, ma nasce da esigenze molto pratiche: riflette il sole e, per molto tempo, è stato usato anche per disinfettare le case durante le epidemie. Guardandole una accanto all’altra sembrano molto diverse, ma seguono tutte la stessa logica: osservare il luogo e partire da che cosa offre.

Cosa cerchiamo davvero nelle case estive

Al di là della storia che ogni materiale porta con sé, c’è un motivo per cui, ogni estate, quelle immagini tornano a conquistarci estate dopo estate. Ci piace l’idea di passare del tempo in ambienti con la pietra a vista, la calce e le terrazze affacciate sul mare. Ma c’è anche altro: quelle case promettono un ritmo che in città abbiamo smesso di avere.

Le giornate scandite dal sole invece che dagli impegni, una soglia chiara tra interno ed esterno che un appartamento non offre più. Le fotografiamo quasi sempre vuote: una sedia, un ulivo, il mare sullo sfondo, perché quello che affittiamo è, in realtà, il tempo che ci si può passare dentro.

Per decenni abbiamo pensato che una casa potesse essere uguale quasi ovunque, affidando agli impianti il compito di correggere quello che il progetto non aveva previsto. Le architetture del Mediterraneo partono dall’idea opposta.

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Photo: Pexels / Nati

La logica dietro la bellezza

Basta fermarsi a guardare come sono state costruite per capire che quella bellezza non è un caso. I muri sono spessi perché rallentano il calore e mantengono più fresca la casa durante il giorno e le finestre non cercano grandi aperture: ogni varco lascia entrare anche il sole, quindi vengono orientate con attenzione, mentre i cortili fanno circolare l’aria e costruiscono ombra nelle ore in cui serve di più.

Nessuno ha progettato queste case pensando a come sarebbero apparse nelle fotografie delle vacanze o nei depliant. Sono state ideate per attraversare ogni stagione con quello che si aveva a disposizione: pietra, calce, qualche albero, il vento e l’esperienza accumulata nel tempo.

Continuano a piacerci anche perché il rapporto con le città è cambiato. Queste ultime sono cresciute in fretta, spesso per accogliere chi si è trasferito lì per lavoro, con l’idea che una casa potesse funzionare allo stesso modo quasi ovunque, grazie a nuove idee, tecnologie e materiali. Questo ha lasciato però poco spazio al clima, che il caldo, ogni estate, si incarica di ricordarci.

Le architetture del Mediterraneo hanno continuato a seguire un’altra logica, la stessa che si ritrova in molti edifici contemporanei che recuperano quel modo di osservare il contesto. Non copiano l’immagine della masseria o del dammuso, che fuori dal loro contesto rischierebbe di diventare una scenografia, ma ne riprendono il metodo.

Succede anche nelle architetture che non hanno a che fare con l’estate: Mario Cucinella con la sede dell’ARPT (Autorité de Régulation de la Poste et des Télécommunications) ad Algeri. L’edificio riprende il principio delle architetture mediterranee: la forma è studiata per deviare i venti caldi, intercettare quelli più freschi della notte e ridurre il ricorso agli impianti.

 

Paola Landriani

Photo cover: Pixabay / Nextvoyage

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