Il coordinatore dell’evento Materiae, organizzato da Interni magazine all’Università Statale di Milano, spiega come gli spazi espositivi del Fuorisalone permettano di sperimentare soluzioni circolari e nuovi dialoghi con la storia urbana.
Il nome di Matteo Vercelloni, architetto milanese, è profondamente legato al Fuorisalone, nello specifico agli eventi promossi da Interni magazine. Quest’anno coordina l’evento Materiae, che coinvolge in particolare la sede dell’Università Statale di Milano. In questa intervista spiega perché gli spazi espositivi rappresentano un terreno di sperimentazione essenziale per testare soluzioni innovative, sostenibilità dei materiali e un nuovo rapporto con il contesto storico della città.
Perché ha scelto questa professione?
In realtà ho iniziato studiando ingegneria, ma ho capito abbastanza presto che non era la mia strada. Ho fatto alcuni esami e poi sono passato ad architettura, anche grazie al confronto con un mio professore di fisica, Luigi Quartapelle, che mi ha spinto a interrogarmi su quello che volevo davvero fare. Inoltre mio padre era architetto e ho lavorato a lungo con lui, ma al di là di questo l’architettura mi è sempre piaciuta. Rimane, a mio avviso, un bellissimo mestiere, anche se oggi è diventato molto complesso.
“Carissimo Pinocchio”, progetto allestimento ADI MUSEUM di Milano, novembre 2023
Da tempo lei collabora con il Fuorisalone. Che differenza c’è tra il cantiere di un’installazione e quello di una casa?
Sono ambiti molto diversi, anche se condividono alcune questioni, soprattutto normative. Non esiste una normativa specifica per gli allestimenti temporanei del tutto distinta da quella edilizia: anche per un’installazione bisogna rispettare standard di sicurezza simili, e questo rende il lavoro piuttosto complesso.
La differenza principale riguarda i tempi e la natura del progetto: un’installazione si realizza in pochi mesi, mentre un’architettura può richiedere anni, se non decenni. Inoltre, l’architettura è oggi un lavoro sempre più collettivo, che coinvolge gruppi articolati di professionisti. L’allestimento temporaneo, invece, consente una libertà maggiore: è uno spazio di sperimentazione, quasi una “Formula 1”, dove si testano soluzioni innovative che in seguito possono essere trasferite nell’architettura costruita.
Quali sono i principali elementi da tenere in considerazione quando si progetta un allestimento per una fiera?
Il primo elemento è comprendere le richieste della committenza e il budget. A partire da lì si sviluppa il progetto, generalmente rispondendo a un brief, soprattutto nelle fiere più tradizionali.
Nel Fuorisalone, invece, il contesto è diverso: spesso gli architetti sono più liberi di proporre soluzioni creative e meno legate alla logica commerciale dello stand. Gli allestimenti diventano vere e proprie piccole architetture, capaci di sperimentare linguaggi e soluzioni. Questi contesti permettono anche di anticipare tendenze, lavorando sull’incontro tra discipline diverse — dall’arte alla psicologia — e generando idee che possono poi trovare applicazione concreta in progetti futuri.
CoDe Museum – Icone del Design Italiano presso Costa Smeralda Costa Crociere, progetto di revisione e curatela, nuovo progetto Allestimento Novembre 2025. Progetto originale con Adam Tihany 2018
Quale rapporto deve esserci tra architettura, storia e progetto contemporaneo?
Dipende molto dal progettista. Esiste un approccio che punta alla “tabula rasa”, producendo architetture iconiche e indipendenti dal contesto, ma oggi mi sembra un atteggiamento sempre meno efficace.
Credo invece che sia fondamentale conoscere la storia e il contesto in cui si interviene. Non si tratta necessariamente di imitare o di aderire rigidamente a un’idea di genius loci, ma di sviluppare una consapevolezza del luogo. In Italia questo è particolarmente evidente: si lavora quasi sempre in contesti storici e vincolati, dove il confronto con le istituzioni, come le soprintendenze, è inevitabile. L’attenzione al contesto diventa quindi una condizione prescindibile del progetto.
Come si coniugano sostenibilità ambientale ed economica con il design?
Oggi la sostenibilità ambientale ed economica è una condizione obbligata. Le normative impongono già comportamenti precisi, ad esempio nell’uso dei materiali e negli imballaggi.
Accanto a questo si sta diffondendo sempre più un approccio legato all’economia circolare: riutilizzo degli scarti, materiali riciclati, trasformazione dei rifiuti in risorse. Esistono esempi molto interessanti nel design contemporaneo che dimostrano come gli scarti possano diventare elementi di qualità estetica oltre che funzionale.
“Caimi Feeling Good”, progetto allestimento ADI MUSEUM di Milano, aprile 2024
Lo stesso principio si sta affermando anche in architettura, dove cresce l’attenzione alla rigenerazione degli edifici esistenti. Sempre più spesso si preferisce intervenire su strutture già costruite, recuperando materiali o mantenendo parti dell’edificio, piuttosto che demolire e ricostruire. È una forma di “chirurgia urbana” diffusa a livello internazionale, che rappresenta una risposta concreta alle esigenze di sostenibilità ambientale.
Esiste un luogo o un edificio che lei considera la sua icona urbana?
Direi la Ca’ Granda del Filarete, oggi sede dell’Università Statale di Milano. È un edificio straordinario, sia dal punto di vista architettonico sia per il suo significato urbano. In origine era concepito come un grande polo civile, quasi un contraltare al Duomo: una macrostruttura simbolica che rappresentava il potere pubblico accanto a quello ecclesiastico. Ho un legame personale con questo luogo, perché ci ho studiato e lavorato. È un edificio che merita di essere scoperto, conservato e valorizzato, anche attraverso usi contemporanei come quelli legati agli eventi del Fuorisalone.
Photo cover di Luca Trelancia