La casa oggi non è più soltanto un luogo di riposo, ma anche ufficio, studio o palestra. Torna così attuale la necessità di ambienti raccolti e di sistemi di separazione flessibili.
Per qualche tempo le porte sono quasi sembrate un errore di progettazione. Ogni ristrutturazione iniziava allo stesso modo: si prendeva in mano la pianta dell’appartamento e si cercava il muro da abbattere. Via il corridoio, via l’ingresso, via la cucina chiusa. Lo spazio doveva respirare, la luce scorrere senza ostacoli, le persone condividere lo stesso ambiente. L’open space era diventato il simbolo di un’idea di modernità che associava la libertà all’assenza di confini.
Oggi qualcosa sta cambiando. Non stanno tornando le case compartimentate del secolo scorso, né il lungo corridoio con le stanze allineate una dopo l’altra. Sta tornando, piuttosto, un elemento che sembrava aver perso ogni rilevanza: la soglia. Una porta che scorre anziché aprirsi, una parete vetrata che separa senza dividere, una libreria che filtra lo sguardo, una nicchia che offre un luogo raccolto. Non muri, ma dispositivi che consentono allo spazio di cambiare insieme a chi lo abita.
Quando la casa ha smesso di avere una sola funzione
La casa contemporanea non è più soltanto il luogo del tempo libero. È diventata ufficio, aula studio, palestra, laboratorio creativo, spazio per le relazioni e, sempre più spesso, rifugio. La pandemia ha accelerato questa trasformazione, ma non l’ha generata. Il lavoro ibrido, la diffusione delle videochiamate e una maggiore attenzione al benessere psicologico hanno semplicemente reso evidente una questione che il progetto aveva sottovalutato: uno stesso ambiente difficilmente riesce a rispondere, nello stesso momento, a esigenze profondamente diverse.
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L’open space, concepito per favorire la convivialità, mostra così il suo limite quando due persone lavorano da casa contemporaneamente, quando un bambino segue una lezione online mentre qualcuno cucina, o quando si cerca un angolo di silenzio in un ambiente progettato per essere continuamente condiviso.
Dalla pianta libera allo spazio adattivo
L’evoluzione dell’architettura procede spesso per correzioni successive. La pianta libera immaginata da Le Corbusier negli anni Venti rappresentava una conquista straordinaria: liberare gli interni dalla rigidità dei muri portanti significava poter progettare spazi più flessibili e luminosi. Frank Lloyd Wright, già qualche anno prima, aveva dissolto la sequenza delle stanze tradizionali in favore di ambienti più fluidi e continui. Con il tempo, però, quella libertà è stata spesso interpretata in modo riduttivo. La flessibilità è diventata sinonimo di assenza di divisioni. Eliminare i muri sembrava la risposta a ogni esigenza abitativa. Oggi il progetto sembra recuperare il senso originario di quella lezione. Essere flessibili non significa vivere in un unico ambiente, ma poter trasformare gli spazi senza doverli ricostruire ogni volta. L’obiettivo diventa progettare ambienti adattabili.
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Il ritorno della privacy
Negli ultimi anni anche il mondo del lavoro ha iniziato a mettere in discussione il modello dell’open office. Secondo il «Global Workplace Survey» del Gensler Research Institute, che ha coinvolto oltre 16 mila lavoratori in quindici Paesi, gli ambienti più apprezzati non sono quelli completamente aperti, ma quelli che offrono una pluralità di situazioni: spazi per collaborare, aree dedicate alla concentrazione, luoghi dove poter parlare senza disturbare o essere disturbati. Le ricerche di Steelcase arrivano a conclusioni analoghe. La richiesta più diffusa non riguarda uffici più grandi o più tecnologici, bensì la possibilità di modulare il proprio livello di privacy, scegliendo di volta in volta se lavorare in gruppo, in coppia o in completa concentrazione. Emerge con chiarezza che anche il lavoro condiviso ha bisogno di momenti di isolamento, e che la qualità di uno spazio dipende dalla varietà delle esperienze che è in grado di offrire.
La soglia come progetto
Negli ultimi anni il mercato ha visto crescere l’interesse per sistemi che non costruiscono stanze permanenti, ma configurazioni variabili: pareti scorrevoli a tutta altezza, grandi superfici vetrate, pannelli acustici mobili, librerie passanti, elementi filtranti che ridefiniscono gli ambienti senza interrompere la continuità della luce.
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Il tema della flessibilità emerge oggi in molti progetti contemporanei, dagli uffici riconfigurabili alle architetture capaci di integrare lavoro, relazione e privacy. La sede Maticmind a Milano, progettata da Michelangelo Vallicelli Architecture & Design, mostra come pareti mobili e ambienti differenziati possano sostituire la logica dell’open space indifferenziato. Il focus non è più soltanto l’efficienza dello spazio, ma la capacità dell’architettura di adattarsi alle diverse modalità d’uso. È il principio che guida anche interventi come la KPMG Tower a Milano, progettata da ACPV Antonio Citterio Patricia Viel.
Una casa che cambia insieme a chi la vive
Anche il settore immobiliare sta registrando questo cambiamento. Le analisi pubblicate negli ultimi mesi da operatori del settore evidenziano una crescente domanda di abitazioni flessibili, dove gli ambienti possano essere riconfigurati senza interventi invasivi. Parallelamente, la riflessione sul workplace — come mostrano gli studi di Mapei dedicati agli spazi ibridi e le ricerche di Workitect sull’office design — insiste sempre più sulla qualità dell’esperienza piuttosto che sulla semplice organizzazione degli spazi.
Il principio è lo stesso, sia in casa sia in ufficio: progettare luoghi capaci di adattarsi ai cambiamenti della giornata e, più in generale, ai cambiamenti della vita. È una prospettiva che dialoga anche con la sostenibilità. Un’abitazione in grado di trasformarsi nel tempo richiede meno interventi radicali, prolunga il proprio ciclo di vita e risponde più facilmente alle esigenze di nuclei familiari destinati a cambiare.
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