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Alla TAB 2026 di Tallinn ci si interroga sul vero costo del costruire

di Paola Landriani
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Con l’ottava edizione, la Tallinn Architecture Biennale interroga il mito del low cost nell’edilizia contemporanea: quanto costa davvero costruire quando il conto reale arriva dopo il preventivo?

A Tallinn c’è un edificio che il tempo non è riuscito a cancellare né a redimere. Si tratta del complesso Linnahall, che si allunga lungo la costa come una piattaforma di cemento sospesa tra il porto e il centro storico, costruito nel 1980 per ospitare le regate olimpiche dirottate da Mosca sul Baltico.

Da anni vive in una condizione sospesa: ufficialmente interdetto, ma mai davvero abbandonato dalla città che continua ad attraversarlo. È qui, tra le sue superfici consumate, che il 9 settembre la Tallin Architecture Biennale (TAB) apre la sua ottava edizione con la mostra curatoriale “How Much?”: il punto di partenza concettuale di un’intera manifestazione che si interroga su cosa significhi, oggi, “economico” in architettura, e su quanto a lungo si possa rimandare il conto.

veduta della Linnahall
Photo: TAB 2026/ Martin Siplane

TAB 2026: Linnahall e il vero costo del low cost in architettura

Ricostruire Linnahall costerebbe decine di milioni di euro. Demolirlo altrettanto. E ogni anno che passa senza una decisione ha comunque un prezzo in un pezzo di lungomare che la città non riesce a restituirsi.

È esattamente questo il meccanismo che i curatori di TAB 2026, Studio TÄNA (Siim Tanel Tõnisson, Kertu Johanna Jõeste, Ra Martin Puhkan) insieme a Mark Aleksander Fischer e Mira Samonig, hanno scelto come chiave di lettura dell’intera biennale. Per il team curatoriale, Linnahall agisce quasi da co-curatore: dimostra che il “quanto costa” oltre a essere una cifra, è anche una questione spaziale, politica e culturale.

Il cuore della loro proposta curatoriale è un paradosso ben preciso: il cheapness non è mai stato un valore a cui l’architettura aspira, ma resta l’esito che tutti, in un modo o nell’altro, finiscono per cercare. È la logica di mercato a imporlo, riducendo la costruzione a quello che i curatori chiamano il “foglio Excel” che disegna la maggior parte degli edifici lungo un’unica variabile: il costo. Ma quello che sembra economico oggi nasconde quanto sia costosa, in realtà, la produzione dello spazio: al momento del cantiere e nel tempo, socialmente ed ecologicamente.

Il cheapness è spesso un’illusione. Non a caso, è stato proprio sul tetto di Linnahall che il 2 giugno la biennale ha scelto di presentare il programma al pubblico anticipando la domanda al centro dell’edizione: cosa seminiamo, oggi, nello spazio urbano e cosa siamo disposti a raccogliere domani.

Il titolo della mostra centrale, “How Much?”, in programma dal 9 settembre al 30 novembre proprio a Linnahall, prende sul serio questa domanda scomoda.

Il 10 e l’11 settembre, invece, il simposio in due giornate all’Estonian Academy of Arts la sviluppa da prospettive diverse. La prima giornata, “To Be Continued…”, discute come si costruisce quando ripartire da zero non è più un’opzione sostenibile: riuso, adattamento, continuità di ciò che esiste già. La seconda, “Sounds Expensive”, affronta di petto l’illusione del low cost: quelle situazioni in cui un costo iniziale basso non riduce la spesa complessiva, ma si limita a rimandarla.

Oltre Linnahall: il programma satellite della Tallinn Architecture Biennale

Se Linnahall fosse l’unico luogo di TAB 2026, “How Much?” rischierebbe di restare un caso isolato. Il programma satellite evita questa trappola spostando la stessa domanda su scale diverse anche fuori da Tallinn.

A Tammsaare Park, dal 16 ottobre, la mostra della Vision Competition “From Void to Value” affronta uno dei vuoti urbani più contesi della città vecchia, quel margine meridionale del centro storico rimasto irrisolto per decenni.

A Kuressaare, sull’isola di Saaremaa, il registro cambia scala: “Louis I. Kahn and Residential Architecture in Kuressaare” porta la domanda dal grande gesto pubblico alla dimensione domestica: quella in cui il “quanto costa” si misura ogni giorno, stanza per stanza.

Il tema esce anche dall’architettura in senso stretto. A Kumu, due proiezioni ripercorrono le vite nascoste dei materiali da costruzione: dal marmo portoghese diventato facciata del Perelman Performing Arts Center a New York, fino all’Ariston di Marcel Breuer, oggi abbandonato a Mar del Plata, in Argentina.

E torna in forma diretta con Open House Tallin e Open House Tartu, i festival che aprono al pubblico edifici normalmente chiusi: un modo per far toccare con mano, letteralmente, cosa significhi lo spazio che di solito resta fuori portata.

Il programma satellite, avvertono gli organizzatori, continua ad ampliarsi: un’ultima coerenza per una biennale che sul costo del tempo ha costruito la propria domanda centrale.

 

Paola Landriani

Photo cover: Unsplash / Sergey Konstantinov

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