Per la professionista padovana, il giardino deve essere un’estensione della casa, dello spazio retail o dell’albergo: non si deve vedere un taglio netto tra la casa e il giardino, ma deve esserci una sorta di continuità.
Il paesaggio è un’architettura che si evolve e cambia nel tempo perché fatta non di mattoni ma di elementi vivi, come le piante. Ne è convinta Flavia Pastò, architetta paesaggista padovana e docente di Architettura del paesaggio all’Università di Ferrara e al Politecnico di Milano, che racconta la sua visione in questa intervista.
Perché ha scelto di diventare architetta paesaggista e di occuparsi di landscape design?
Ho studiato architettura a Venezia, ma ho capito che ciò che mi interessava di più non era soltanto progettare un oggetto, quindi l’involucro e l’edificio, ma anche progettare lo spazio e le relazioni che questo spazio genera all’interno di un sistema più ampio. Poi mi sono resa conto che il paesaggio ha una caratteristica che per me è assolutamente affascinante: non è mai un progetto finito. Ho frequentato un master alla Facoltà di Agraria a Torino, per acquisire anche le competenze necessarie. Lavorando con materiali vivi, con le piante, quindi con elementi che crescono e che cambiano durante le stagioni, cambia anche lo spazio che vado a progettare.
Giardino privato in provincia di Venezia – Photo: Flavia Pastò
L’architettura del paesaggio è un’architettura a tutti gli effetti, ma ha una dimensione ulteriore: quella del tempo. Lo stesso giardino che progetto oggi non sarà mai lo stesso tra cinque o dieci anni. Bisogna quindi fare quasi un’operazione in più e immaginare anche questa trasformazione, che avverrà sicuramente. Di fatto, vai a progettare il tempo. E questo fa sì che anche l’abitazione, con un giardino che si modifica negli anni, cresca, cambi e acquisti valore.
Il cliente non avrà mai un giardino uguale per sempre: già solo nelle stagioni cambia e, nell’arco degli anni, le piante crescono e gli alberi aumentano le loro dimensioni. Scelgo personalmente il tipo di piante da utilizzare in base al terreno, all’esposizione, al clima e, soprattutto, in un’ottica di sostenibilità ambientale, di richiesta di bassa irrigazione, bassa manutenzione e così via.
Quali sono gli elementi principali da considerare nella progettazione di un giardino privato?
Per prima cosa voglio capire l’architettura della casa, anche l’arredo, e poi c’è una grossa fetta di dialogo con il cliente, per capire il modo in cui vivrà questo spazio. Valuto poi le viste e i punti di vista dall’interno della casa verso il giardino o il terrazzo, le eventuali schermature necessarie, la luce, le proporzioni e i percorsi.
Terrazza privata a Padova – Photo: Gianmarco Martini
Prima si considerano quindi tutti questi aspetti e poi, ovviamente, l’esposizione, il terreno, il clima, la possibilità o meno di avere risorse idriche e anche il tipo di gestione che il cliente vuole avere. Il giardino può essere bellissimo, ma allo stesso tempo il cliente non deve esserne schiavo. Una delle richieste che ricevo quotidianamente è proprio quella di non doversi preoccupare troppo della manutenzione.
Una volta fatte queste considerazioni, comincio a ragionare sulla vegetazione, che è il mio materiale vero e proprio. Non ho mattoni, non ho calcestruzzo, ma ho le piante, con cui però posso costruire tutto: posso costruire pareti, quinte, incorniciare delle viste, creare ombre, luoghi e zone più soleggiate, oppure creare percorsi accompagnati dalle piante e mascherare determinati elementi.
Come vengono scelti piante e arredi del giardino?
Conoscere come le piante si sviluppano mi permette di posizionarle nel luogo e nella collocazione giusti, sempre in un’ottica di crescita e di temporalità. Il giardino deve essere un po’ un’estensione dell’abitato, della casa, dello spazio retail o dell’albergo. A seconda dell’utilizzo dell’edificio, la stessa cosa deve ritrovarsi nel giardino. Non si deve vedere un taglio netto tra la casa e il giardino, ma deve esserci una sorta di continuità.
Parete verde nella hall di un hotel – Photo: Flavia Pastò
Nel giardino, soprattutto quando abbiamo dimensioni più generose, ci può essere una zona living, la piscina, il solarium, la pergola: tutte le cose che riguardano la parte esterna della casa vengono gestite insieme, così come i percorsi, le pavimentazioni e lo scolo delle acque. Io ho un team: do le indicazioni, per esempio dicendo dove vorrei l’impianto di irrigazione a goccia, dove quello dinamico e così via, e poi ho i miei collaboratori che sviluppano il progetto. Se lo realizziamo “chiavi in mano”, il cliente riceve il giardino finito e non deve preoccuparsi di nulla. Anche nella fase successiva di gestione diamo indicazioni.
Oggi si parla spesso di “portare il verde nelle case”. Come si può declinare questo concetto?
L’idea è proprio quella di portare il paesaggio dentro il modo di abitare. Portare il verde nelle case significa progettare, per esempio, una finestra che inquadri un albero, oppure fare in modo che la terrazza diventi la prosecuzione del salotto. Significa anche utilizzare pareti vegetali per abbellire o coprire una parte, mascherare una parete o creare un séparé, oppure realizzare giardini interni. Molto spesso mi capita, nei condomini, di progettare vasche con piante per abbellire le zone comuni. È molto importante collocare le piante giuste anche all’interno. Dentro casa non ci si pensa, ma magari ci sono l’aria condizionata, il riscaldamento a pavimento, la luce che arriva o non arriva. La vera sfida, quindi, non è semplicemente dire “portiamo tante piante”, aumentando la quantità di verde, ma cercare di creare una relazione tra l’architettura, le piante e le persone. È una sorta di lavoro che oggi viene chiamato biofilia e che sta prendendo molto piede: significa ragionare in maniera integrata su questi elementi.
Secondo lei, una corretta gestione del verde pubblico e privato può contribuire a mitigare gli effetti delle alte temperature?
Assolutamente sì. Anche qui, però, dobbiamo slegarci dall’idea del “mettiamo più piante”. L’albero giusto può ombreggiare una facciata, ridurre in qualche modo l’accumulo di calore e migliorare il microclima, ma un singolo albero da solo non basta. Il verde deve essere considerato come una vera e propria infrastruttura.
Giardino privato – Photo: Eros Tonon
Si parla sempre più di soluzioni progettuali legate al paesaggio che prendono spunto dalla natura per cercare di mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Bisogna quindi ragionare sul clima, utilizzando le piante adatte e specie che siano in grado di adattarsi a un clima che sta cambiando, ma soprattutto ragionando in termini di continuità: rapporto tra superficie vegetale e superficie minerale, trattamento e raccolta delle acque, vasche di laminazione. Bisogna ragionare di più in termini di infrastruttura verde al servizio della città.
Quali sono invece gli aspetti più importanti da affrontare nel progettare un’area verde di proprietà pubblica?
Progettare un parco pubblico, una piazza o uno spazio pubblico è un po’ diverso rispetto al giardino privato. Nel giardino privato parli direttamente con il cliente, gli chiedi quali sono le sue esigenze e cerchi di accontentarlo. Nello spazio pubblico, invece, lo spazio appartiene a tante persone diverse e di solito ci si relaziona con l’amministrazione pubblica, che magari ha idee di utilizzo differenti.
Secondo me funzionano molto i progetti di progettazione partecipata, nei quali si fanno interviste o comunque ci si relaziona con chi utilizzerà davvero quello spazio, per capire in quali momenti della giornata verrà utilizzato, quali percorsi saranno seguiti, dove le persone potrebbero fermarsi e quali attività potrebbero convivere. Un altro aspetto fondamentale è la sicurezza. È bello fare i parchi, ma poi bisogna fare in modo che possano essere vissuti anche la sera e che le persone non abbiano paura di rimanere in questi spazi.
Verde pensile in un complesso residenziale – Photo: Zero+ Architettura
Accessibilità, sicurezza, gestione delle acque, manutenzione e, ancora una volta, l’evoluzione del progetto nel tempo sono fondamentali. E poi c’è il tema della durata. Un buon progetto pubblico rischia, anche se è fatto benissimo, di andare rapidamente in degrado nel corso degli anni, perché magari mancano i soldi per la manutenzione oppure cambiano le amministrazioni e non ci si occupa più dello spazio. Anche il tema della manutenzione ridotta al minimo è quindi fondamentale. L’architetto paesaggista che si occupa degli spazi pubblici non deve semplicemente disegnare un giardino o uno spazio, ma deve fare in modo che questo spazio venga sentito dalle persone, che le persone se ne approprino e, soprattutto, che diventi parte della comunità che vive intorno.
Esiste un luogo che lei considera un’icona urbana? Quale?
Più che un luogo famoso, personalmente l’idea dell’icona urbana è un’immagine: quel vuoto urbano, quel pezzettino anonimo, che sia una terrazza privata o un’aiuola spartitraffico, che è lì e aspetta di essere riprogettato. In altre parole: cercare di trasformare luoghi abbandonati o dimenticati, per renderli punti di riferimento per una nuova ecologia. Dare un valore aggiunto a uno spazio normale e trasformarlo in qualcosa di più importante. Se devo citare un luogo con queste caratteristiche, mi viene in mente, per esempio, St. Dunstan in the East, a Londra, una rovina di una chiesa medievale. È stata trasformata in un piccolo giardino pubblico: una cosa molto semplice, con un po’ di vegetazione che ha riempito lo spazio, e adesso è diventata un’icona, qualcosa da prendere come modello. Il progetto di paesaggio può dare una seconda vita, quindi può restituire un’anima e un valore a strutture esistenti.