Da fabbriche e officine a loft, musei e spazi culturali: il recupero dell’archeologia industriale trasforma edifici dismessi in luoghi da abitare, attraversare e vivere in modi completamente nuovi.
Molte città portano ancora addosso i segni di una vocazione industriale che non hanno più: grandi complessi nati per ospitare fabbriche, officine o magazzini, oggi spesso abbandonati nonostante occupino posizioni e volumi che qualsiasi promotore immobiliare definirebbe un’occasione. Restano vuoti nonostante un fascino industrial che oggi è diventato linguaggio applicato ben oltre gli spazi che lo hanno generato, fatto di scala fuori misura e di tracce lasciate da chi ci ha lavorato nel corso degli anni.
Per molto tempo il destino di un edificio dismesso sembrava avere due sole possibilità: essere demolito oppure restare vuoto. Il riuso parte invece da una domanda diversa: cosa può diventare quello che esiste già? È una prospettiva che riguarda in particolare gli spazi industriali, spesso troppo grandi per conservare la funzione originaria ma ancora capaci di offrire strutture, volumi e posizioni difficili da ricreare.
Da qui può nascere una seconda vita che può prendere forme molto diverse: un ex stabilimento può diventare una casa, un museo, un luogo per la cultura o uno spazio aperto alla città. E quando questo succede, cambia la funzione dell’edificio, ma anche il modo in cui quella parte di città viene vissuta.
Photo: Unsplash/Aaron Huber
Donald Judd e il loft come spazio da abitare
Nelle case in città lo stile industriale è ormai un classico: pianta aperta e struttura a vista, spesso senza pareti a dividere gli ambienti. Nella sua forma più apprezzata c’è il loft vero e proprio, ricavato per intero dentro un ex capannone o un’ex fabbrica.
Ma lo stesso linguaggio, che può essere concretizzato mantenendo un pilastro lasciato a vista o una finestra a nastro, si è staccato dallo spazio che lo aveva generato ed è diventato uno stile applicabile ovunque, anche dentro una casa che una fabbrica non l’ha mai vista. Ma l’idea del loft, e lo spazio che descrive, sono comunque nati molto prima di diventare un genere da rivista.
Negli anni ’60 SoHo, a Manhattan, era un quartiere di fabbriche tessili dismesse: edifici enormi, economici, considerati inservibili per qualsiasi altro uso. Gli artisti che iniziarono a occuparli, spesso senza troppe autorizzazioni, cercavano metri quadri a basso costo e soffitti alti abbastanza da lavorare su scala grande.
È lì, nel 1968, che lo scultore Donald Judd comprò 101 Spring Street, un edificio in ghisa del 1870 legato alla produzione del tessile. Decise di lasciarlo aperto, piano dopo piano, dedicando ciascun livello a una sola funzione, che poteva essere dormire, mangiare o lavorare, secondo un’idea di “installazione permanente” che avrebbe definito gran parte del suo pensiero successivo. Oggi 101 Spring Street è un museo gestito dalla Judd Foundation, con una restaurazione che ha riportato l’edificio esattamente com’era.
Da quell’occupazione nata per necessità, il loft è diventato nei decenni una scelta abitativa desiderata. Oggi un privato che compra un ex capannone o un vecchio deposito per farne casa ne mantiene spesso gli elementi principali: soffitti alti e la sua struttura industriale lasciata a vista. La differenza rispetto a Judd è che oggi quella scelta ha un costo, spesso importante, e un mercato che la riconosce vendendone la storia.
OGR Snodo Dehors Photo: Piero Ottaviano for OGR Torino
Le fabbriche diventano luoghi di cultura
Il recupero di questi spazi può riguardare anche interi complessi, modificandone l’uso finale. A Torino le OGR (Officine Grandi Riparazioni) riparavano treni dalla fine dell’800, fino alla dismissione negli anni ’90, e sono rimaste vuote per oltre un decennio. Fondazione CRT, tramite OGR-CRT, ha avviato il recupero dell’edificio a forma di H mantenendo la struttura originale e riassegnando le funzioni agli spazi.
Oggi le OGR ospitano mostre, concerti, laboratori e startup dentro le stesse navate che un tempo riparavano locomotive. L’intervento ha fatto parte di un disegno più ampio, quello della Spina 2, che ha contribuito a ridisegnare quella zona di Torino.
A Milano vale una storia simile per un’altra archeologia industriale. L’ex stabilimento Breda-Ansaldo nel quartiere Bicocca ha prodotto per gran parte del Novecento locomotive, carrozze ferroviarie e altri macchinari, prima di rimanere abbandonato. Nel 2004, Pirelli RE ne ha avviato la riconversione in HangarBicocca, oggi uno degli spazi espositivi a sviluppo orizzontale più ampi d’Europa: gli ambienti hanno mantenuto i nomi della loro vita industriale, lo Shed, il Cubo, le Navate, e in una di queste, dal 2004, convive stabilmente l’installazione I Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer: sette torri che pesano novanta tonnellate ciascuna.
Anche in questo caso il recupero è arrivato dentro un piano più largo, quello che dagli anni ’80 ha trasformato l’area Bicocca da distretto industriale a polo universitario e culturale, con l’Università Milano-Bicocca e il Teatro degli Arcimboldi cresciuti nello stesso perimetro.
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Manifattura Tabacchi, un ibrido di case, arte e formazione
In alcuni casi i progetti vengono concepiti senza dover necessariamente scegliere una strada specifica tra privato e pubblico. La Manifattura Tabacchi di Firenze, ex fabbrica di sigari dismessa nel 2001 dopo oltre settant’anni di attività, è composta da sedici edifici, 110.000 metri quadri, un masterplan sviluppato nel tempo con il coinvolgimento di diversi studi di architettura, tra cui SANAA, Studio Mumbai, q-bic e Piuarch, partito nel 2018 e ancora in corso.
Dentro lo stesso complesso ci sono anche le residenze progettate da Patricia Urquiola e dallo studio q-bic, inserite negli edifici dell’ex fabbrica. E c’è la Factory, il cuore produttivo e culturale del progetto, che ospita il NAM — Not a Museum, spazio dedicato ad arte contemporanea e sperimentazione, oltre a una sede di Polimoda con centinaia di studenti internazionali, atelier, laboratori artigianali e una piazza pubblica pensata come nuovo punto d’incontro per il quartiere.
Qui il recupero non separa il piano privato da quello collettivo: li mette fianco a fianco nello stesso ex complesso industriale, come se conservarne la storia valesse quanto riempirlo di nuove funzioni, e lascia che sia il resto della città a decidere come attraversarli.
Photo cover: Pexels/ Margo Evardson