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Giorgio Ferraris: «L’architettura deve rispettare la funzione e il luogo»

di Annarita Cacciamani
cover ferraris
Tra cascine restaurate, campi da golf e borgate storiche, l’architetto torinese rilegge il territorio piemontese con coerenza e misura. Un approccio progettuale che mette in discussione l’idea di modernità come rottura.

Architetto, paesaggista e profondo conoscitore del territorio piemontese, Giorgio Ferraris, torinese, ha lo sguardo sempre rivolto al contesto, alla misura e alla responsabilità civile del progetto. «Chi non si relaziona al contesto perde l’occasione di fare buona architettura», afferma in questa intervista.

Quali sono stati i passaggi più importanti del suo percorso formativo e professionale?

Dal punto di vista formativo, sicuramente gli studi al Politecnico di Torino. Poi ho avuto la fortuna di lavorare con architetti che sono stati un po’ i miei maestri di vita e di professione. Posso citare Ettore Sottsass: ho lavorato due anni nel suo studio, quando ero ancora a cavallo della laurea. Poi Paolo Pejrone, architetto di giardini, ed Elio Luzi: sono stato “a bottega” da lui, siamo stati soci e abbiamo fatto dei lavori insieme. C’è anche un americano, Bill Amick, paesaggista ed esperto di impianti sportivi e campi da golf.

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Tra i progetti più significativi, ricordo i restauri di cascine e case storiche, come quelli nelle Colline torinesi alla Villa d’Agliè e a San Vito, in collaborazione con Pejrone. Poi ho realizzato due grandi cascine a Savigliano (Cuneo), il campo da golf “La Margherita” in provincia di Torino e quello di Cavaglià (Biella), entrambi con clubhouse. Oggi, anche se continuo a occuparmi di cascine, sto seguendo progetti come la ristrutturazione del Pian del Lot a Torino e un borgo storico a Pinerolo. Inoltre, progetto molte piscine.

Nei suoi progetti il rapporto con il contesto è sempre centrale. Come affronta oggi il tema del costruire nei luoghi?

È un tema che mi sta molto a cuore. Purtroppo, molti colleghi non sentono il bisogno di confrontarsi con il genius loci. Io vedo spesso edifici che sembrano fuori contesto. Alcuni architetti hanno persino criticato la mia “sottomissione” al luogo, dicendo che perdo occasioni espressive. Io invece credo sia il contrario: chi non si relaziona al contesto perde l’occasione di fare buona architettura. Molti architetti fanno monumenti a sé stessi, non rendono servizio al paesaggio, al cliente, al territorio. Non condivido nemmeno l’idea che l’architettura contemporanea debba per forza distinguersi da quella storica con brutalismi o contrasti violenti. È possibile innovare anche con delicatezza, in modo che la nuova architettura sia percepita, ma senza sconvolgere il contesto.

Anche gli infissi, nei suoi lavori, sembrano parte di un disegno complessivo. Che ruolo attribuisce a questi elementi?

I serramenti sono un elemento fondamentale. All’inizio mi occupavo quasi esclusivamente di restauri di case, palazzi, ville e cascine piemontesi. Il mio riferimento era, fino alla sua scomparsa nel 2022, Francesco Tesio a Carmagnola (Torino), un grande maestro del serramento in legno. Oggi, per ragioni di performance e tendenze, uso anche infissi in legno e alluminio. La plastica non mi piace molto.

interna2_ Infissi RISTRUTTURAZIONE CASA COLLINE TORINESI

Infissi di una ristrutturazione casa nelle colline torinesi

Le grandi vetrate, tanto di moda, mi affascinano ma con riserva: possono creare problemi di sbalzi termici e irraggiamento solare. Tuttavia, con le tecnologie odierne, si possono realizzare aperture molto interessanti sia per la luce che per il paesaggio.

Come si bilanciano oggi tecnica e forma?

Non ho una teoria precisa, ma posso dire che non ho mai accettato il dogma secondo cui bisogna per forza usare nuove tecnologie o forme. Durante la formazione universitaria, ci ripetevano che fosse obbligatorio innovare, ma non vedo perché non si possano usare forme e misure consolidate. In architettura, come nella poesia o nell’agricoltura, l’evoluzione non deve essere un obbligo. Per esempio, oggi va di moda il tetto piano, quasi come se il Bauhaus fosse stato riscoperto all’improvviso. Ma in Piemonte, dove piove spesso, una falda che sgronda bene non è un crimine! Non vedo perché un tetto che non mi macchia la facciata debba essere considerato antiquato solo perché si usa da tremila anni. Per me è importante che la forma rispetti la funzione e il luogo.

Qual è la sua icona urbana? Un luogo o un progetto che considera un riferimento nel tempo.

Mi piacciono molto le isole pedonali. Credo che gli sforzi delle amministrazioni per proteggere gli spazi per pedoni e ciclisti siano la vera icona urbana del futuro. Non voglio criminalizzare l’auto, ma dobbiamo ripensare gli spazi. A Monaco di Baviera, per esempio, c’è una rete pedonale a forma di stella marina: puoi camminare ovunque, e allo stesso tempo raggiungere ogni punto anche con un furgone, senza conflitti.

interna1_cascina Tana Marentino (Torino)

cascina Tana Marentino (Torino)

Anche a Torino ci sono tentativi riusciti, come piazza Castello, San Carlo o Vittorio, parzialmente pedonalizzate. Ma ci vuole tempo, e soprattutto serve ascoltare i giovani: oggi usano meno l’auto, spesso nemmeno hanno la patente. La città del futuro deve essere pensata anche per loro, con spazi pubblici e percorsi a misura d’uomo.

Quale pensa sia oggi la responsabilità dell’architetto nel progetto dello spazio urbano?

Ascoltare i bisogni delle nuove generazioni e progettare spazi che vengano davvero vissuti. A volte si disegna uno spazio che poi nessuno usa. L’urbanista deve calarsi nella città e capire le dinamiche. È importante proteggere il pedone, la sua dignità, ma anche pensare a chi deve portare un frigorifero a casa: non possiamo costringerlo a farlo a mano per un chilometro. La responsabilità dell’architetto si ferma però dove inizia quella della politica. L’architetto deve farsi ascoltare e proporre con autorevolezza, ma il suo margine si scontra con il soffitto della politica.

 

Annarita Cacciamani

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