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Green Pea: architettura e natura per una nuova idea di città

di Annarita Cacciamani
Green Pea è un progetto di rigenerazione urbana a Torino dove materiali, struttura e vegetazione contribuiscono a raccontare come la sostenibilità sia stata interpretata e resa concreta dai progettisti Carlo Grometto e Cristiana Catino.

Nel panorama torinese, Green Pea si configura come un edificio-manifesto: non solo un luogo dedicato al consumo responsabile, ma una dichiarazione architettonica sul tema della sostenibilità. Un progetto che nasce all’interno di un lungo processo di rigenerazione urbana dell’area Carpano, di fronte al Lingotto, e che sintetizza oltre vent’anni di riflessione su città, ambiente e innovazione costruttiva. I progettisti e architetti Carlo Grometto (dello studio Negozio Blu Architetti Associati) e Cristiana Catino (dello studio ACC Naturale Architettura) hanno raccontato ad Icone Urbane la genesi ed il significato di questo edificio, che ospita spazi commerciali e per il relax.

Qual è stato il vostro ruolo nel progetto Green Pea?

Grometto: «È una storia che inizia nel 2001, quando abbiamo elaborato il masterplan per la riqualificazione dell’area Carpano, complesso industriale dismesso negli anni Novanta. Da quel piano sono nati il recupero dell’ex Pastificio Italiano come albergo (2005) e dell’ex stabilimento Carpano come centro enogastronomico Eataly (2007). Nel masterplan era prevista un’ulteriore potenzialità edificatoria: quella che sarebbe diventata Green Pea.

Carlo Grometto

La progettazione è iniziata nel 2011; il cantiere è partito a fine 2018 e si è concluso nel 2020. Parliamo di quasi dieci anni complessivi tra fase preliminare, strumenti esecutivi, progettazione definitiva ed esecutiva e costruzione. Abbiamo affrontato tre varianti urbanistiche, un’autorizzazione commerciale regionale e un articolato iter di compatibilità ambientale, dialogando con tre diverse amministrazioni comunali. Abbiamo progettato tutto, fino al dettaglio costruttivo e agli arredi. In un processo così lungo, la capacità di adattarsi senza tradire i principi originari condivisi con la committenza è stata determinante».

Catino: «Il nostro ruolo è stato quello di governare un processo complesso e multidisciplinare. Green Pea è il risultato di una progettazione integrata, in cui architettura, impianti, paesaggio e interior design sono stati coordinati in modo unitario. La sostenibilità non è stata un obiettivo dichiarato, ma un criterio operativo applicato a ogni scelta».

Cristiana Catino / ACC

La sostenibilità è il cuore dell’edificio. Come è stata declinata nel progetto? Quali materiali avete utilizzato?

Catino: «La vegetazione è materiale costruttivo a tutti gli effetti. Sono state messe a dimora oltre 70 specie autoctone della flora italiana, 80 alberi ad alto fusto, 1400 arbusti e 5500 erbacee e bulbose. Questo sistema verde è in grado di assorbire fino a 5 tonnellate di anidride carbonica all’anno e produrre circa 150 litri di ossigeno al giorno. Tetti e facciate verdi mitigano l’isola di calore urbana, abbassano la temperatura interna e migliorano il microclima. Le acque piovane vengono recuperate per l’irrigazione. La sostenibilità, quindi, è ambientale ma anche urbana e paesaggistica».

Photo: Fabio Oggero

Grometto: «Gli interventi di riqualificazione urbana sono occasioni preziose per restituire qualità alla città. Green Pea assume tra i suoi impegni principali quello ambientale: è un racconto quasi didattico di ecosostenibilità, in cui struttura, materiali, vegetazione ed energie rinnovabili vengono messi in scena nell’architettura. Il volume, dalla forma sfaccettata e organica, è orientato nord-sud; la svasatura dell’ultimo piano ottimizza l’irraggiamento. La progettazione bioclimatica riduce il fabbisogno energetico già alla base. La struttura portante è in acciaio, materiale riciclabile al 100%, montato interamente tramite bullonature, quindi smontabile e rimovibile. L’edificio è quasi completamente costruito a secco. L’involucro altamente performante utilizza materiali naturali come la fibra di legno, tutti riciclabili. Una nervatura in acciaio e lamelle frangisole in legno recuperato avvolgono l’edificio creando una trama organica entro cui si inserisce la vegetazione. Dopo la tempesta Vaia del 2018, che devastò le foreste della Val di Fiemme e del Bellunese, abbiamo scelto di utilizzare quel legno abbattuto per realizzare oltre 1000 pannelli frangisole: un gesto di recupero che diventa parte integrante del progetto».

Infissi, vetrate e vegetazione: come dialogano nella facciata?

Grometto: «La luce naturale è stata un tema centrale fin dall’inizio. L’edificio è pensato per aprirsi verso l’esterno. L’atrio, che si sviluppa per l’intera altezza, è completamente vetrato con una facciata continua in alluminio. Le principali superfici trasparenti si trovano in corrispondenza delle terrazze e delle serre solari».

Photo: Fabio Oggero

Catino: «I serramenti in alluminio ad elevato isolamento termico e vetri ad alte prestazioni garantiscono comfort e controllo energetico. I montanti verticali interni sono collegati alla carpenteria esterna che sostiene i frangisole in legno. Un impianto domotico regola l’apertura dei serramenti in funzione di irraggiamento, temperatura, vento e pioggia, favorendo la ventilazione naturale. La vegetazione attraversa la trama delle facciate in legno e si sviluppa su un sistema di terrazze con grandi vasche per alberi ad alto fusto. Il tetto giardino, con serra bioclimatica, diventa la “quinta facciata” dell’edificio».

Dal punto di vista energetico, quali strategie avete adottato?

Grometto: «Il 77% dell’energia per la climatizzazione invernale ed estiva proviene da fonti rinnovabili. Considerando che parliamo di circa 10 mila metri quadri di superficie lorda di pavimento, che diventano 15 mila con gli spazi di servizio, è un risultato significativo. Si evitano circa 390 tonnellate di anidride carbonica all’anno, equivalenti alla piantumazione di 13 mila alberi».

Catino: «La fonte principale è una centrale geotermica: tre pozzi di captazione raggiungono la falda a 29 metri; l’acqua viene portata tramite elettropompe a uno scambiatore nel piano interrato, il “cuore verde” dell’edificio, e poi reimmessa in falda attraverso altri tre pozzi. In inverno l’eventuale fabbisogno eccedente è coperto dal teleriscaldamento urbano; in estate da un gruppo frigorifero integrativo. A questo si aggiungono impianti fotovoltaici integrati nei frangisole e in copertura, due Smartflower (sistema fotovoltaico a forma di fiore, ndr) esterne che seguono il sole e pavimentazioni piezoelettriche agli ingressi, cioè che recuperano l’energia cinetica generata dal passaggio delle persone e la convertono in energia elettrica».

Photo: Fabio Oggero

Come avete lavorato sul comfort e sull’esperienza di chi visita l’edificio?

Grometto: «La forma dell’edificio ottimizza l’irraggiamento e genera una luce diffusa negli spazi interni. Le terrazze vetrate filtrano la luce attraverso i frangisole e la vegetazione. L’edificio appare come un organismo naturale che cambia con la luce e con la crescita delle piante. Il layout dei piani crea spazi flessibili, percorsi immediatamente riconoscibili e una costante relazione con il verde esterno. Oltre 5 mila metri quadri di pavimenti in parquet sono realizzati con legno recuperato lungo i letti dei fiumi delle valli piemontesi».

Catino: «Grande attenzione è stata dedicata alla salubrità degli ambienti: sono stati utilizzati materiali attivi contro agenti inquinanti, muffe e batteri. I sensori monitorano costantemente umidità, presenza e temperatura. Un Building Energy Management System regola gli impianti termomeccanici, idrico-sanitari, antincendio, illuminazione ed elettrici, attivandoli solo in base alle effettive necessità. Un edificio è davvero sostenibile solo quando è anche confortevole per chi lo vive».

Annarita Cacciamani

Photo cover: Fabio Oggero

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