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VIVO, progettare la normalità dopo l’emergenza

di Annarita Cacciamani
Il Team ViVo
Un gruppo di designer dello IED (Istituto Europeo di Design di Milano) ha ideato un sistema modulare per migliorare le condizioni di vita nelle strutture di accoglienza temporanea dopo terremoti e altre calamità. Al centro privacy, socialità e ritorno alla normalità.

Come si torna a vivere dopo aver perso la propria casa a causa di un terremoto? È da questa domanda che nasce VIVO – Abitare l’emergenza, il progetto sviluppato come tesi di laurea da Tommaso Cavalli, Chiara Gorni Silvestrini, Sofia Lipoli e Andrea Lombardi, neo-designer dello IED. Il punto di partenza è una ricerca condotta nelle aree del Centro Italia colpite da terremoti negli anni scorsi.

La fase dell’ascolto

Prima ancora di immaginare una soluzione progettuale, il gruppo ha scelto di confrontarsi con chi aveva vissuto direttamente l’esperienza dell’emergenza. «Siamo andati nelle zone di Amatrice e dell’Aquila a intervistare gli abitanti per cercare di capire di cosa avessero davvero bisogno, persone che comunque perdono tutto», raccontano i progettisti. Dalle testimonianze raccolte ad Amatrice e L’Aquila emerge un tema ricorrente: dopo l’emergenza immediata, ciò che manca non è soltanto una casa, ma la possibilità di ritrovare una vita ordinaria. «La risposta che abbiamo trovato è proprio quella di tornare a vivere, a vivere in un modo più normale possibile», spiegano.

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Modellino VIVO

VIVO nasce da questa riflessione e guarda ad un momento ben preciso: il tempo sospeso trascorso nelle strutture di prima accoglienza. Il modulo è stato progettato per essere installato nelle palestre utilizzate durante le emergenze e montato entro 48 ore, introducendo all’interno degli spazi di accoglienza aree dedicate sia alla dimensione privata sia a quella collettiva.

I moduli abitativi di VIVO

La struttura si sviluppa su due livelli. Al piano inferiore trovano posto moduli abitativi destinati alla sfera privata, configurabili in base al numero degli occupanti e alle esigenze familiari. Al piano superiore prende forma uno spazio collettivo concepito come una piazza, dedicata all’incontro e alla vita comunitaria. «Abbiamo cercato di ricreare tutte quelle zone e quelle attività che per noi sono scontate, le cose quotidiane che invece permettono di avere una nuova routine o almeno trovare qualcosa che possa essere chiamata routine», spiegano gli autori. «Creare connessioni e un ritmo sono cose che all’essere umano fanno bene».

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VIVO alla Milano Design Week

Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda il tema della privacy. Nelle sistemazioni emergenziali tradizionali le persone si trovano spesso a condividere grandi spazi aperti con decine o centinaia di altri sfollati. VIVO prova a introdurre una dimensione più raccolta senza rinunciare alla rapidità di allestimento. «Già la struttura permette la creazione di nuovi ambienti», osservano i progettisti. «Trovare uno spazio di privacy, anche in una situazione di forte disagio, rende l’ambiente più vivibile».

Una struttura semplice da allestire

Per raggiungere questo obiettivo il sistema utilizza componenti semplici e facilmente reperibili, come i tubi innocenti normalmente impiegati nei cantieri. «È una struttura che può essere montata rapidamente, economica e che non richiede particolari attenzioni», spiegano. Secondo i progettisti, il sistema potrebbe essere assemblato dalla Protezione Civile nelle prime fasi successive all’emergenza.

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Render piano terra di VIVO

I primi feedback

Pur essendo nato a partire dalla riflessione sui terremoti, il progetto è stato concepito per contesti più ampi. «Il modulo può essere attivato con qualsiasi tipo di emergenza», affermano gli autori. «Noi ci siamo concentrati sui terremoti perché comportano tempi di permanenza più lunghi nelle palestre, ma può essere utilizzato anche in caso di incendi o alluvioni».

Durante le occasioni di confronto pubblico, tra cui l’installazione alla Milano Design Week, i progettisti hanno raccolto diversi feedback sul progetto. Uno, in particolare, è rimasto impresso. «Abbiamo avuto il piacere di confrontarci con persone che effettivamente avevano perso la casa. Abbiamo parlato con una ragazza che era stata ospitata nelle palestre dopo il terremoto dell’Aquila. Quella è stata la parte più bella, perché ci siamo resi conto che poteva essere un progetto che davvero aiutava e non solamente un progetto esposto».

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Render esterno VIVO

Più che proporre una nuova struttura per l’emergenza, VIVO sposta l’attenzione sulla qualità della vita nei luoghi dell’accoglienza temporanea. Una questione che riguarda non soltanto il riparo, ma anche la possibilità di ricostruire relazioni, abitudini e un senso di normalità dopo un evento che interrompe improvvisamente la quotidianità.

 

Annarita Cacciamani

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