Per l’architetto milanese, il design e la progettazione non possono prescindere dalla responsabilità verso i bisogni reali della comunità e dalla tutela delle risorse primarie.
Abbiamo incontrato Roberto Marcatti, fondatore di RMA Studio e confondatore di H2O Milano, ad un evento che si è tenuto a Salerno, dal titolo “Acqua. Progettare partendo dall’invisibile – Un gesto quotidiano che cambia l’abitare”. Un tema a lui caro, l’acqua, che permea la sua attività da ormai oltre 20 anni.
Architetto quasi per caso, avrebbe voluto fare il DJ nella Milano delle prime radio libere «forse avrei potuto fare la carriera di un Gerry Scotti», racconta. Ha studiato al Politecnico di Milano con alcuni tra i migliori docenti di architettura e design italiani: Castiglioni, Fortis, Mari, Sottsass, solo per citarne alcuni.
«La mia impostazione quindi è classica, quella di disegnare con la riga e la squadra. Era un altro mondo, c’era un fermento ed una voglia di imparare e di capire che oggi sono rare. Quando ai ragazzi all’università, oggi da docente, racconto come disegnavamo le prospettive, a loro sembra pazzesco».
Ha lavorato per grandi nomi della moda come Armani e Fiorucci, creando le architetture dei loro store, «è impensabile, oggi, poter fare quello che facemmo all’epoca», racconta, «e lavorare per questi personaggi straordinari significava non avere orari, essere a disposizione 24 ore su 24».
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Il progetto al quale tiene di più?
Forse sarò banale ma è H2O Milano, associazione no profit che si occupa di diffondere il tema della sostenibilità dell’acqua nella progettualità architettonica. Ho dedicato tutta la mia vita alla professione ma ad un certo punto, mi sono detto che volevo fare qualcosa per me stesso e da una serie di riflessioni con la mia compagna di vita, Cintya Concari, è scaturita l’idea di lavorare sulla formazione dei progettisti rispetto all’utilità del progetto. È così che è nata H2O Milano.
Cosa significa, concretamente, questo?
Significa partire dalla consapevolezza che il settore del design lavora per il 10% del mondo. Troppo poco, no? Perciò come architetti, progettisti, designer dobbiamo occuparci del restante 90%. Significa che l’architetto deve recuperare la sua natura di umanista e cercare di risolvere problemi attuali e reali rispetto alle esigenze o alle problematiche specifiche di comunità, anche molto distanti dalle nostre.
Ci fa qualche esempio?
Certo. Per un indiano che vive in una situazione in cui i liquami scorrono a cielo aperto in un rivolo lungo un marciapiede, progettare un WC ad enzimi che risolve il problema dell’assenza di una rete fognaria e un rischio quindi anche igienico, significa portare una soluzione importante e tangibile.
Progettare una bottiglia che sfrutti il meccanismo SODIS (Solar Water Disinfection – Disinfezione Solare dell’Acqua che viene resa potabile attraverso l’azione sinergica della radiazione solare UVA e del calore), dando una possibilità alle popolazioni che soffrono di scarsità di acqua di raccogliere e disinfettare acqua per renderla potabile grazie al calore e alla luce del sole, significa realizzare qualcosa di utile per quella comunità.
Lampada da tavolo Water World 2025
È quello che facciamo con H2O Milano, partecipando a convegni, talk, conferenze, aprendo call per architetti e progettisti, stimolando le aziende ad intraprendere percorsi di sostenibilità progettando o realizzando prodotti nati con l’obiettivo di preservare questa preziosa risorsa, l’acqua. Oggi, in questa parte del mondo, è così semplice avere a disposizione, ma in realtà è messa a rischio dai comportamenti quotidiani ed è scarsa o difficilmente fruibile in altre parti del mondo.
In che modo questo suo impegno si riflette in una progettazione urbana sostenibile?
Oramai non è più possibile pensare ad essere un progettista senza tenere conto del ciclo completo di quello che la sostenibilità implica. I progetti di qualsiasi genere dovranno avere un’anima etica, sociale e sostenibile. Senza queste 3 condizioni viene a mancare anche la figura del progettista umanista e visionario.
Dunque un progetto sostenibile non solo dal punto di vista ambientale ma anche sociale ed economico, che sia di architettura e o per un oggetto di produzione industriale, non può prescindere da due aspetti: il primo di ordine materiale che attiene ai processi attuativi, il secondo filosofico-comportamentale che coinvolge l’etica e la sostenibilità.
Oggi l’idea di un progetto architettonico nelle grandi città è in bilico tra residenze ultra griffate e con materiali costosi, e progetti che invece tengono conto di materiali diversi, di spazi abitativi più performanti, di soluzioni attente all’ambiente e alle risorse. Oggi necessita un vero cambiamento: non ci si può più accontentare di manipolare forma e funzione e dimenticarsi dell’uomo, delle sue necessità, dell’ambiente. La crisi globale, che ha inciso sulle nostre vite, ha visto l’architettura sostenibile diventare protagonista nel coinvolgere e ispirare tutti: architetti, imprese, produttori, gli stessi consumatori.
Un’architettura sostenibile, sia per il suo impatto ambientale che per l’impatto che può avere sulla vita ed il benessere delle persone, ben progettata e ben realizzata s’interroga sul suo ruolo, ricercando le ragioni di un’etica dell’abitare che può ridare senso ad una disciplina capace di formulare scenari alternativi sempre più attenti alle risorse ambientali e al pianeta.
Possono anche gli infissi, che hanno una specifica funzionalità, rientrare in questo discorso di salvaguardia di una risorsa tanto essenziale e preziosa come l’acqua?
Ormai gli infissi sono per lo più fatti in materiali plastici oppure nei materiali legno, alluminio, acciaio. Perciò bisognerebbe capire l’impronta ecologica di questi quattro materiali e fare delle scelte consapevoli e responsabili che siano sì funzionali ma tengano anche conto delle diverse necessità dei luoghi geografici, e dunque dei climi diversi, in cui questi infissi vanno utilizzati.
Roberto Marcatti in Patagonia
Le esigenze di un paese scandinavo sono, direi, opposte, rispetto a quelle di una cittadina del nord Africa. In entrambi i casi, dunque, la progettazione e la scelta degli infissi deve tener conto di queste differenze. Io mi reputo un volontario laico che cerca di diffondere questo tipo di consapevolezza, dicendo, a volte, anche cose che possono apparire scontate e banali ma che in, realtà, spesso portano a riflettere su come trovare soluzioni per, potrebbe essere questo il caso, produrre infissi con un impatto ambientale ridotto. Questo tipo di input ha portato più di un’azienda ad orientare i propri laboratori di ricerca e sviluppo in questa direzione e con i consumatori sempre più sensibili al tema della sostenibilità, anche la realizzazione di un solo prodotto veramente sostenibile, ha dato grandi soddisfazioni.
La sua icona urbana?
La mia icona urbana è nella città dove sono nato, vivo e lavoro. Avendo studio professionale in questa zona di Milano, per me è Porta Nuova l’icona urbana vera e propria, un intervento di rigenerazione urbana che è stato il primo ad ottenere contemporaneamente le certificazioni LEED e WELL FOR COMMUNITIES, riconoscendo non solo l’attenzione alla sostenibilità ambientale, ma anche quella al benessere delle persone e alla qualità degli spazi urbani. Non poteva che essere a Milano, storicamente icona globale per il settore della moda e del design, melting pot dei nuovi trend e di innovative dinamiche del lavoro, che il GDS-Index, Global Destination Sustainability Index 2026, la classifica che misura la sostenibilità delle mete turistiche impegnate in programmi di rigenerazione urbana, colloca al 26esimo posto nel mondo.