Dall’architettura all’attività di consulenza e formazione per professionisti, Malena Llamocca racconta un modo di progettare che parte dalle persone, dai loro bisogni quotidiani e dal rapporto profondo tra spazio, benessere e identità.
Di origine peruviana, l’architetta Malena Llamocca è attiva a Torino e affianca all’attività professionale “classica” quella di consulente e formatrice per altre figure professionali. Un lavoro iniziato quasi per caso, ma che oggi occupa la metà della sua giornata lavorativa.
In cosa consiste la sua attività di consulente e formatrice?
La mia attività di formazione è nata quasi per necessità. Quando ho iniziato la libera professione mi era stato detto che l’unico modo per trovare clienti fosse il passaparola. Tuttavia, non avendo una rete familiare o di contatti sul territorio, pensavo che per me sarebbe stato praticamente impossibile avviare una carriera indipendente. Il mondo digitale però mi appassiona da sempre: da bambina avevo un blog, più tardi un canale YouTube.
Negli anni dello studio ho iniziato a osservare professionisti di altri settori — dentisti, commercialisti, psicologi — che parlavano del proprio lavoro online. Nel 2022, quindi, ho deciso di farlo anch’io, con l’obiettivo di farmi conoscere da altri professionisti e professioniste del settore. Il risultato è stato sorprendente: hanno iniziato a seguirmi architetti e tecnici affini al mio modo di comunicare, e molti di loro mi hanno chiesto se tenessi corsi su come utilizzare i social.
Non nasco come formatrice, ma ho deciso di provarci: la prima edizione del corso è andata benissimo e chi ha partecipato ha ottenuto nuovi clienti e una comunicazione più efficace. Parallelamente, mostrando il mio lavoro quotidiano, ricevevo richieste di consulenze professionali — per esempio supporto nella gestione di pratiche edilizie. Così la formazione si è ampliata alla consulenza tecnica per colleghi e colleghe che volevano avviare la libera professione. Oggi il mio tempo è diviso al 50%: metà giornata è dedicata alla comunicazione digitale e ai professionisti e professioniste che seguo; l’altra metà alla mia attività tradizionale di architetta, tra progettazioni, ristrutturazioni, direzioni lavori e piani di sicurezza.
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Ci può riassumere il suo percorso formativo e professionale?
Ho iniziato a studiare architettura in Perù. In realtà volevo dedicarmi al marketing, ma mio padre — ingegnere — mi ha convinta che l’architettura fosse la strada più creativa da percorrere. Dopo un anno, sono arrivata in Italia e mi sono iscritta al Politecnico di Milano. L’approccio era molto più teorico rispetto agli studi in Perù: questo ha ampliato il mio orizzonte, ma all’inizio è stato impegnativo, soprattutto per la storia dell’arte e dell’architettura europee, che conoscevo solo in parte. Anche la lingua e i termini tecnici erano una sfida. Ho superato il test d’ingresso senza rendermi conto di quanto fosse selettivo; me ne sono accorta solo anni dopo. Già prima della laurea triennale ho iniziato a lavorare, sia per autonomia personale sia per il bisogno di attività più pratiche. Avevo 21 anni: oggi ne ho 32, quindi sono undici anni che lavoro nel settore. Ho iniziato come disegnatrice Cad, poi mi occupavo di render, piante, piccoli progetti. Negli anni ho dovuto aggiornarmi continuamente, anche da autodidatta: normative, Superbonus, nuove richieste del mercato. Ma soprattutto ho imparato il valore del confronto con i colleghi e le colleghe: nella libera professione non si può lavorare completamente da soli.
Secondo lei, oggi, quali sono le caratteristiche che deve avere un buon progetto di interior design?
Non credo esista un progetto “brutto”: può essere giusto o sbagliato tecnicamente, ma esteticamente deve rispecchiare chi vivrà lo spazio. Un buon progetto di interior design è quello che crea un ambiente accogliente, caldo e coerente con la personalità del cliente. La prima volta che ho arredato casa mia, l’ho resa “bella”, ma non era la mia casa: non mi sentivo accolta. È stato un errore utile, perché mi ha insegnato l’importanza di ascoltare i bisogni reali delle persone. Il mio lavoro oggi parte sempre da qui: capire cosa farà sentire la persona protetta, serena, capace di staccare dal lavoro se trascorre molto tempo in casa. Al centro dell’interior design, per me, c’è l’ascolto.
Architettura, sostenibilità ed efficienza energetica: come dialogano tra loro?
Vivere in una casa ad alta efficienza energetica cambia completamente la percezione dell’abitare. Ho vissuto in un appartamento in classe B, e la differenza rispetto a una casa tradizionale è enorme: silenzio, comfort termico, aria più pulita grazie a tecnologie come la ventilazione meccanica controllata. Non è solo teoria: lo senti fisicamente e psicologicamente. Se è possibile farlo — perché è un investimento importante — lo consiglio sempre, non per ragioni estetiche ma per il benessere che ne deriva.
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Che importanza hanno gli infissi in un progetto di interior design?
In un progetto di interior design attribuisco agli infissi un’importanza intermedia, ma con una precisazione: se devo scegliere tra infisso esteticamente bello e infisso performante, scelgo sempre il secondo. L’estetica si può armonizzare in molti modi; il benessere che garantisce un serramento di qualità — isolamento acustico, comfort termico, protezione — è fondamentale. Se il budget è elevato si può puntare su soluzioni sia belle sia performanti, ma se occorre scegliere, la funzionalità viene prima.
C’è un luogo che definirebbe la sua “Icona urbana”?
Più che un luogo specifico, mi colpiscono i diversi modi di abitare nel mondo. Le case rurali del sud-est asiatico, costruite con materiali che noi non considereremmo; le abitazioni di montagna un po’ precarie ma vissute; le strutture africane o sudamericane così diverse dalle nostre… ognuna riflette la vita delle persone che la abitano. È questo che mi ispira: il fatto che non importa dove sei, la casa parla sempre di chi la vive. Per questo dico che non esiste la casa “bella” in assoluto, ma solo la casa giusta per chi la abita.