Dopo anni trascorsi a cercare la sua strada nell’architettura, Andrea Terreno ha trovato nella luce un nuovo modo di progettare. E da quella scommessa è nato un percorso professionale lungo dieci anni.
Nel lavoro di Andrea Terreno la luce è un punto di partenza per leggere uno spazio. Per illuminarlo, ma anche per capire cosa mostrare, cosa lasciare in ombra e come mettere in relazione materiali, volumi e architetture. Architetto e progettista illuminotecnico libero professionista, Terreno lavora da dieci anni sulla progettazione della luce. Un percorso che parte dall’architettura e arriva a un modo diverso di guardare gli spazi, dove anche un faretto, un infisso o una superficie possono cambiare la percezione dell’ambiente.
Come nasce il suo percorso professionale, dal passaggio da una formazione in architettura alla specializzazione sulla luce? C’è stato un momento preciso che ha segnato quella svolta?
Se è vero che il caso non esiste, il caos è sicuramente la realtà in cui mi sono trovato una volta laureato. Era il 2012, alcuni giornali intitolavano “Annus horribilis dell’edilizia”, e nella mia testa c’era l’idea di dover diventare quanto più velocemente possibile un architetto tuttologo capace di gestire progetti a tutto tondo. Sono il primo architetto in famiglia e l’unico a partita IVA, perciò mi sono lanciato in esperienze presso gli studi dove ho capito velocemente quanto fosse complesso gestire un progetto e quanto ancora avessi da imparare.
Casa Versej a Vercelli- studio Ambrante / Foto di Davide Atelier
Considero il mio percorso una sorta di viaggio vocazionale alla ricerca di chi sono come professionista. Il primo deragliamento è avvenuto quando, dopo anni di gavetta, ero ancora troppo nelle retrovie di chi disegna, renderizza e vede solo un frammento di tutto il processo progettuale. Negli anni ho avuto alcune occasioni: prima un’azienda di serramenti, poi un’impresa edile alla ricerca di un architetto. Ho avuto l’occasione di apprendere skill che ritenevo importanti e differenzianti, come la gestione del rapporto col cliente, la preparazione di un’offerta, la gestione del denaro e delle trattative, la vendita, il marketing, la comunicazione, la gestione dei problemi di cantiere, i tempi. Una palestra straordinaria ed estremamente faticosa che ha aumentato il mio sentirmi un professionista frammentato ancora alla ricerca della sua strada.
C’è stato poi un momento in cui un’azienda da cui mi fornivo per le luci mi fece una proposta e presentò un progetto. All’inizio ero molto perplesso perché non avevo mai considerato la luce come un tema da progettista: io e il titolare dell’azienda abbiamo accolto insieme la scommessa, quella di scoprire se ci saremmo innamorati del progetto e se avrei trovato la mia vocazione. Dopo 10 anni in questo settore posso dire che la scommessa è stata vinta.
Nel suo lavoro la luce interviene spesso su spazi già progettati da altri: come si costruisce l’equilibrio tra la luce e volumi e materiali che non ha scelto lei?
Tutto passa sempre dalle persone: tra le doti che un architetto deve avere c’è l’ascolto attivo, sia quando si lavora per il cliente finale, sia quando si collabora con un collega. La luce è un materiale e uno strumento volto alla valorizzazione, perciò è necessario porre le giuste domande e ascoltare il racconto del progetto architettonico, le scelte fatte per comprendere cosa mettere in luce e cosa lasciare in ombra. All’inizio è stato doloroso dover lasciare andare la parte di progettazione architettonica, ma quando si scopre il potenziale che ha la luce si può incanalare l’essere architetto in tantissimi progetti diversi. Non si direbbe, ma illuminare è un mestiere complesso!
Attico in Piazza Castello (Torino) – Aktual srl / Foto di Sabrina Gazzola
Quanto spazio si lascia alla sperimentazione rispetto al controllo del risultato finale, quando il progetto è pensato prima di tutto per come si vedrà di sera, con le luci accese?
La sperimentazione passa prima di tutto dall’unione delle menti, ovvero grazie a colleghi e clienti “illuminati” che si lasciano coinvolgere e si mettono in gioco. È molto rischioso sperimentare sulla pelle altrui e nella luce c’è un nodo cruciale. È molto difficile da immaginare, non solo perché è un materiale “invisibile”, ma soprattutto perché passa attraverso gli occhi e dietro gli occhi di ognuno c’è un cervello che elabora le informazioni in modo del tutto personale. Per me è stato fondamentale prenderne atto: è per questo che ho spinto per non lavorare in un classico showroom di lampadari, ma un centro dove creare una light experience in cui si possa percepire in fase di progettazione preliminare tutti gli effetti di luce e come impattano sullo stile, sulle emozioni e sulla percezione.
Questo avviene in un ambiente privo di interferenze di luce naturale, dove è possibile accendere e spegnere ogni singola lampada per ricreare ogni volta scenari diversi customizzati per ogni progetto. In questo modo posso allinearmi sul percepito dei clienti e dei professionisti, annullando possibili sorprese a lavoro realizzato.
Che rapporto c’è, nel suo approccio, tra la luce e l’involucro, infissi compresi, di uno spazio?
La luce è il mezzo attraverso il quale vediamo il mondo ed è ciò che plasma i volumi, gli spazi, le architetture interne. Per migliaia di anni gli spazi interni sono stati progettati in funzione della luce naturale proveniente dalle aperture. Il serramento è ciò che ci apre alla vista, e la progettazione della luce naturale, il daylighting, dovrebbe essere tra le nozioni base di un buon progettista. L’apporto di luce naturale, la direzione della luce, il dimensionamento e la posizione dei serramenti hanno come obiettivo il benessere psicofisico dell’essere umano. Una cosa che amo fare quando progetto la luce artificiale è riproporre una fonte di luce in corrispondenza degli infissi per riprodurre anche la sera la sensazione di apporto di luce diurna.
AL Ristorante (Torino) – NO T Architetti / Foto di Jana Sebestova
C’è una soluzione illuminotecnica che considera quasi una firma del suo lavoro, indipendentemente dal tipo di spazio?
Il posizionamento dei faretti a incasso è tra le mie ossessioni. C’è chi penserebbe a una lampada di design, a una soluzione in particolare, ma in realtà ogni progetto è a sé. Tuttavia, c’è un’arte sacra nel posizionare i faretti in maniera corretta che unisce allineamenti orizzontali e verticali, il percepito dell’occhio umano rispetto agli ambienti interni e al punto di vista principale, il ritmo estetico e, non ultimo, come i fasci luminosi illuminano le pareti verticali. Tutti insieme costituiscono un’armonia a cui non posso fare a meno. Un po’ come il faretto allineato al montante centrale di un serramento a due ante.
C’è un’icona urbana a cui si ispira nel suo modo di leggere la luce negli spazi?
Anche se non è un light designer, considero l’architetto Louis Kahn uno dei più grandi maestri nell’uso della luce naturale. Famosa è la sua frase «la materia è luce consumata»: trovo i suoi progetti capaci, attraverso la luce, di dare volume, forma e spiritualità allo spazio.