Titolare dello Studio Tecnico 3G a Nizza Monferrato (Asti) e direttore tecnico di 3D Survey a Canelli (Asti), Mario Dellepiane ha costruito la sua carriera sull’equilibrio tra rigore tecnico e sensibilità per il paesaggio, valori ereditati dall’impresa di famiglia e affinati in quattordici anni da presidente del Collegio dei Geometri di Asti.
Torino, Esposizione di Italia ’61. Mario, in piedi sul sedile di un bulldozer Caterpillar D9, stringe con forza le leve. Ha solo quattro anni, e poco più in là, a pochi passi, c’è suo padre che lo ha accompagnato. Un gesto di gioco e meraviglia, che sembra già disegnare il suo destino tra macchine, terra e progetti.
«L’architettura è fatta di persone, non solo di regole», ricorda Mario Dellepiane, «e ogni tanto un po’ di cuore serve ancora». Una filosofia che fa dei suoi progetti un ponte tra competenza e umanità, dove ogni dettaglio nasce dall’ascolto del contesto e di chi lo vive.
Lei ha mosso i primi passi nell’impresa di costruzioni di famiglia. Quali insegnamenti di quegli anni porta ancora con sé?
Dopo tanti anni, due valori mi accompagnano sempre: la coerenza e la trasparenza. La coerenza nel modo di essere e di fare è fondamentale: se non sei coerente, perdi credibilità. Anche in una semplice chiacchierata, mantenere un filo conduttore fa sì che l’altro percepisca che non stai “raccontando frescate”. È un valore reciproco: se sono chiaro io, ricevo feedback altrettanto sinceri.
Nella gestione dei soci o dei collaboratori, la trasparenza è tutto. Se espongo onestamente pensieri e aspettative, ottengo risposte coerenti. Altrimenti ci arrampichiamo sugli specchi senza arrivare da nessuna parte. Il confronto deve essere ad armi pari, senza mai prevaricare. Solo così si costruisce un percorso condiviso, dove ognuno contribuisce con lealtà e chiarezza.
Ristrutturazione di immobile, Castelnuovo Calcea (AT) – Progetto Studio 3G
Oggi coordina interventi complessi. Come concilia l’esigenza di innovare con il rispetto per il contesto esistente, soprattutto quando lavora su edifici storici o paesaggi consolidati?
Prendiamo un cascinale dei primi del ‘900, magari quello dei nostri nonni contadini. Se dobbiamo ristrutturarlo, non ha senso trasformarlo in una falsa copia di ciò che era. Meglio aggiungere un volume moderno, riconoscibile come nostro, che si ponga in relazione con l’esistente senza nasconderne la differenza. I materiali e le tecniche di oggi sono diversi, e va bene così. L’importante è che l’intervento non sia una forzatura, ma un confronto onesto tra vecchio e nuovo. Se inserisco un elemento contemporaneo accanto a una costruzione storica, deve essere chiaro che è nuovo, ma anche che rispetta il contesto. Altrimenti rischiamo di creare qualcosa di falso, che non rende giustizia né al passato né al presente.
Come immagina un infisso che riesca a valorizzare al meglio il dialogo tra interno ed esterno, tra spazio abitato e paesaggio?
L’infisso ha avuto un’evoluzione incredibile: dal legno-alluminio degli anni ’80 alle soluzioni odierne. Io sono un amante delle grandi vetrate, possibilmente con telai minimali, quasi invisibili, perché l’ideale è una trasparenza totale che permetta di vivere il paesaggio anche dall’interno. Quando si riesce a creare questa continuità visiva, la finestra diventa una finestra sul mondo: non solo un elemento tecnico, ma uno spazio che fa entrare luce e panorama, che ti rende felice anche solo a guardarla dalla poltrona. È questa capacità di annullare i confini tra interno ed esterno che, secondo me, fa la differenza in un progetto.
Nel podcast Icone Urbane, lei ha usato l’immagine delle “palafitte”. In un’epoca di materiali e tecnologie avanzate, quali vincoli rischiano di diventare le nuove “palafitte” che frenano l’innovazione?
Non tutte le idee del passato vanno abbandonate: alcune, anche se sembrano superate, possono ancora rivelarsi utili se adattate al contesto giusto. Il vero problema oggi non sono i materiali o la tecnologia, che sono avanzatissimi, ma la mancanza di coraggio nelle scelte.
Parlo di chi vuole intervenire sul proprio patrimonio edilizio e si scontra con vincoli eccessivi che bloccano qualsiasi possibilità di miglioramento. Se devo intervenire su una costruzione degli anni ’50-’60 — quelle del boom economico che oggi tutti liquidano con un «che schifezza» — mi viene da sorridere.
All’epoca, quelle case hanno dato un tetto a chi non poteva permettersi altro. Criticare ora, con il senno di poi, è ipocrita e comodo. Il problema è che oggi le commissioni del paesaggio impongono regole così rigide da rendere impossibile anche il minimo intervento economicamente sostenibile.
Penso a due operai con figli all’università, che vorrebbero semplicemente adeguare la loro casa agli standard moderni: non parliamo di speculatori, ma di famiglie normali. Eppure, con queste norme, non si può fare nulla. Non si può isolare termicamente, non si può ampliare una stanza, non si può nemmeno cambiare un infisso senza scontrarsi con vincoli insormontabili.
Ecco la vera “palafitta” del nostro tempo: non la mancanza di tecnologia o di risorse, ma l’incapacità di dare una chance a chi vuole solo migliorare ciò che ha. Se continuiamo così, resteremo tutti bloccati sulle palafitte, mentre il mondo intorno a noi va avanti.
Ristrutturazione di immobile, Castelnuovo Calcea (AT) – Progetto Studio 3G
In un processo progettuale, qual è l’elemento che, al di là della tecnologia, considera irrinunciabile per garantire la qualità di un intervento?
Per me, il fattore umano è la passione del tecnico che studia un progetto e ci mette tutto il suo sapere, tutto il suo bagaglio culturale. Ma soprattutto è la capacità di ascoltare davvero il committente, cosa che solo una persona può fare, e cogliere le sue ambizioni più profonde.
Quando si entra in un ambiente e si percepisce quel calore, quella cura nei dettagli, è perché qualcuno ci ha messo l’anima. Non si ottiene con un clic del mouse: può essere una tenda posizionata con attenzione, una finestra che incornicia il paesaggio perfetto o uno scorcio visivo che ti fa pensare: «Qui c’è stata una mano pensante».
Oggi, anche l’intelligenza artificiale può dare risposte valide, se sai come interrogarla. Ma manca sempre quel calore, quella parte, mi perdoni il termine, un po’ sentimentale del progetto. Ci vuole ancora un minimo di cuore.
Quale opera architettonica o infrastruttura contemporanea ritiene rappresenti le sfide e le opportunità del nostro tempo?
Ci sono opere architettoniche e ingegneristiche che, calate nei loro contesti, danno ancora il senso della modernità. Mi viene in mente il Palazzo del Lavoro di Italia ’61 a Torino: un’opera di qualità eccelsa che ogni volta che la vedo mi fa male al cuore vederla in quello stato. Me lo ricordo da bambino, quando mio padre mi ci portò durante l’Esposizione.
Oggi vederlo abbandonato mi dà tristezza. Il Palazzo del Lavoro, già solo per il nome, potrebbe essere il simbolo perfetto del nostro tempo: un polo della ricerca e dell’innovazione in una città che è capitale della scienza, con eccellenze come la Leonardo, il Politecnico, centri di ricerca d’avanguardia nel settore aerospaziale e tecnologico e un tessuto industriale tra i più avanzati. C’è tutto per ridargli vita, eppure resta lì, dimenticato. Forse sono un po’ retro, ma credo che un luogo così carico di storia e potenzialità meriti di più. Non mi spiego perché non abbia il valore che si merita.
Photo cover: dal podcast Icone Urbane