Il suo lavoro di architetto si concentra sulla progettazione di spazi capaci di tenere insieme funzionalità, qualità dell’abitare e relazione con il contesto.
Nell’approccio dell’architetto piemontese Andrea Berardi, il progetto nasce dall’analisi del luogo e dal confronto con la committenza, con l’obiettivo di tradurre esigenze pratiche e visioni personali in soluzioni architettoniche concrete. Tra i temi centrali della sua ricerca rientrano la flessibilità degli ambienti, l’efficienza energetica, il comfort e il rapporto tra interno ed esterno.
La sua visione dell’architettura è uno strumento pratico e culturale insieme, capace di unire comfort, identità e responsabilità progettuale. Il rapporto con la committenza diventa così uno dei momenti centrali del processo. Prima della forma arriva il confronto; prima della soluzione, l’ascolto. Da questa relazione si sviluppano quindi ambienti su misura, frutto dell’equilibrio tra aspettative personali del cliente, necessità funzionali di un progetto e qualità dell’architettura.
Come è nato il suo percorso nel mondo dell’architettura e quali sono stati i passaggi più significativi che hanno contribuito a definire il suo approccio progettuale?
Il mio percorso nel mondo dell’architettura nasce da un interesse precoce per lo spazio e per il modo in cui le persone lo vivono. Fin da subito sono stato attratto non solo dall’estetica degli edifici, ma soprattutto dal loro impatto sulla vita quotidiana. Durante il mio percorso di studi ho iniziato a sviluppare una maggiore consapevolezza progettuale, grazie al confronto con diversi approcci e metodologie.
Rendering progetto work in progress per loft da realizzare a Torino
Un passaggio fondamentale è stato il momento in cui ho iniziato a vedere l’architettura non solo come forma, ma come sintesi tra funzione, contesto e identità. Successivamente, le esperienze professionali hanno avuto un ruolo determinante: lavorare su progetti concreti mi ha insegnato a confrontarmi con vincoli reali tecnici, economici e normativi trasformandoli in opportunità progettuali. In particolare, il dialogo con clienti, collaboratori e contesti diversi ha contribuito a rendere il mio approccio più consapevole e flessibile.
Oggi il mio modo di progettare è fortemente orientato alla ricerca di equilibrio tra estetica, funzionalità e relazione con il contesto, con un’attenzione particolare all’esperienza dell’utente finale.
Quando affronta un nuovo progetto, da dove parte per costruire una narrazione coerente tra spazio e identità del luogo?
Quando affronto un nuovo progetto, parto sempre dall’ascolto e dall’osservazione. Prima ancora di immaginare forme o soluzioni, cerco di comprendere a fondo il contesto fisico, culturale e sociale e le esigenze di chi vivrà quello spazio. Mi interessa leggere il luogo, coglierne le stratificazioni, le proporzioni, la luce, i materiali, ma anche gli aspetti meno visibili, come la memoria e l’identità.
Parallelamente, il confronto con il cliente è fondamentale per definire valori, aspettative e modalità d’uso. La narrazione progettuale nasce proprio dall’incontro tra questi due livelli: da un lato il carattere del luogo, dall’altro le esigenze contemporanee. Il mio obiettivo è costruire uno spazio che non sia semplicemente inserito nel contesto, ma che ne diventi una naturale evoluzione, mantenendo coerenza e riconoscibilità.
Rendering Villetta in fase di ristrutturazione Marina di Ragusa (RG)
Oggi le città stanno cambiando rapidamente, tra esigenze ambientali, sociali e culturali. Come sta evolvendo, secondo lei, il concetto di abitare contemporaneo?
Il concetto di abitare contemporaneo sta evolvendo in modo profondo. Oggi non è più solo una questione di spazio privato, ma un sistema più complesso che include relazioni, servizi e qualità della vita. Da un lato, c’è una crescente attenzione ai temi della sostenibilità efficienza energetica, uso consapevole delle risorse e integrazione con l’ambiente sono diventati elementi centrali del progetto. Dall’altro, stanno emergendo nuove esigenze legate alla flessibilità degli spazi, anche in risposta ai cambiamenti nei modi di vivere e lavorare.
L’abitare contemporaneo è sempre più ibrido: gli spazi devono essere adattabili, capaci di accogliere funzioni diverse nel tempo, e allo stesso tempo favorire il benessere individuale e collettivo. In questo senso, cresce anche l’importanza degli spazi condivisi e della dimensione comunitaria, come risposta a una crescente esigenza di connessione sociale. Credo quindi che oggi progettare l’abitare significhi andare oltre l’unità abitativa in sé, per costruire ecosistemi urbani più inclusivi, resilienti e capaci di migliorare concretamente la qualità della vita.
Che ruolo hanno gli infissi nel definire la qualità dell’abitare, tra efficienza energetica, isolamento e rapporto con l’esterno?
Gli infissi hanno un ruolo fondamentale nel definire la qualità dell’abitare, perché rappresentano il punto di contatto diretto tra interno ed esterno. Non sono semplicemente elementi tecnici, ma veri e propri dispositivi progettuali che incidono su comfort, prestazioni energetiche e percezione dello spazio.
Mansarda realizzata in corso Peschiera, Torino
Dal punto di vista dell’efficienza energetica, infissi performanti contribuiscono in modo significativo alla riduzione delle dispersioni termiche, migliorando il comportamento complessivo dell’edificio e il benessere interno. Allo stesso modo, un buon isolamento acustico è essenziale per garantire qualità abitativa, soprattutto nei contesti urbani più densi. Ma il loro ruolo va oltre la prestazione tecnica: gli infissi definiscono il rapporto con l’esterno, regolano la luce naturale, incorniciano il paesaggio e influenzano la percezione degli ambienti. La scelta di dimensioni, materiali e trasparenze diventa quindi parte integrante del progetto architettonico.
Nel rapporto con la committenza, quanto conta l’ascolto e come riuscite a tradurre esigenze pratiche e visioni personali in un linguaggio architettonico concreto?
L’ascolto è un passaggio fondamentale, direi il punto di partenza di tutto il processo progettuale. Ogni progetto nasce da esigenze concrete, ma anche da aspettative, abitudini e visioni personali che non sono sempre immediatamente esplicite. Il mio ruolo è proprio quello di interpretare queste informazioni, andando oltre la richiesta iniziale per cogliere i bisogni più profondi.
Attraverso il dialogo, cerco di costruire un percorso condiviso, in cui il cliente si senta parte attiva del processo. La traduzione in architettura avviene progressivamente: si parte da suggestioni, riferimenti e necessità pratiche, che vengono rielaborati in soluzioni spaziali, scelte materiche e organizzazione funzionale. È un processo di sintesi, in cui l’obiettivo è trovare un equilibrio tra desideri, vincoli e qualità progettuale. Credo che un buon progetto non sia mai un’imposizione, ma il risultato di un confronto continuo, capace di trasformare un’idea iniziale in uno spazio concreto, coerente e realmente vissuto.
Rendering Recupero rustico in fase di cantiere, Viale Catone, Policoro (MT)
Esiste un’architettura o un luogo che considera la sua icona urbana di riferimento? Cosa rappresenta per lei?
Più che un’unica icona, considero alcuni luoghi come riferimenti costanti nel mio modo di pensare l’architettura. Tra questi, il Centre Pompidou di Parigi realizzato da Renzo Piano che rappresenta per me un esempio emblematico di architettura capace di ridefinire il rapporto tra edificio e spazio urbano.
Quello che trovo particolarmente significativo è l’idea di rendere l’architettura permeabile, accessibile, quasi una vera e propria infrastruttura culturale aperta alla città. La scelta di portare all’esterno gli elementi tecnici non è solo un gesto estetico, ma un modo per liberare lo spazio interno e renderlo flessibile, democratico.
Più in generale, sono attratto da quei progetti che riescono a essere innovativi senza perdere il legame con il contesto e con le persone. Per me, queste architetture rappresentano un riferimento non tanto da imitare, quanto da interpretare: un invito a progettare spazi capaci di evolvere nel tempo e di accogliere la complessità della vita contemporanea.
Esterno della masseria a Policoro (MT)
Tutte le foto sono state fornite dall’intervistato