Dall’ingegneria idraulica al placemaking contemporaneo, i bacini d’onda artificiali stanno riattivando canali, specchi d’acqua storici ed ex aree industriali, trasformando la gestione della risorsa idrica nei centri urbani.
Il surf, tradizionalmente ancorato alla natura selvaggia delle coste oceaniche e all’imprevedibilità del meteo, sta infrangendo la rigidità della città di cemento per insediarsi nel cuore del tessuto metropolitano. Come è possibile forgiare l’energia delle onde lontano dal mare, tra le vie di un centro urbano? In diverse metropoli europee — tra cui Rotterdam e Milano — questa visione è una realtà tangibile. L’oceano conserva il primato naturale della disciplina, ma oggi il surf è diventato una pratica quotidiana anche lontano dalle coste.
L’integrazione delle wave pool e dei bacini d’onda artificiali riconfigura la dialettica tra spazio pubblico, tempo libero e risorsa idrica: canali sottoutilizzati, bacini storici ed ex aree industriali dismesse vengono risvegliati dall’abbandono per trasformarsi in motori di aggregazione sociale e rigenerazione dell’urbanistica moderna.
Dal modello europeo RiF010 a Rotterdam all’esperienza italiana del Wakeparadise
L’esempio più emblematico in Europa è RiF010, l’impianto di onde artificiali realizzato nel centro storico di Rotterdam. Situato nello Steigersgracht — canale collegato al fiume Rotte, a pochi passi dal Markthal e dal Museo Marittimo — il progetto nasce dall’iniziativa degli imprenditori Edward van Dongen ed Edwin van Viegen per offrire un’onda costante e indipendente dal meteo del Mare del Nord. Dopo dieci anni di gestazione tra contenziosi legali con i residenti, ritardi pandemici e un investimento salito a 10 milioni di euro (sostenuto anche dal comune e dalla banca ABN Amro), la struttura ha aperto nell’estate del 2024.
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Lungo una cinquantina di metri di canale, la tecnologia si fonde con l’analisi idraulica avanzata: il sistema pneumatico firmato da Surf Loch è stato sviluppato in stretta sinergia con la TU Delft, l’Università Tecnologica di Delft, per modellare la dinamica dei fluidi nel canale e generare un’onda alta fino a 1,5 metri ogni sette secondi, senza danneggiare l’infrastruttura storica.
L’intervento architettonico porta la firma di Morfis Architecture, studio di Rotterdam guidato dall’architetto Erik de Jong e specializzato nella rigenerazione dei contesti fluviali. Lo studio ha progettato una beach house in legno a sbalzo sull’acqua, dal linguaggio contemporaneo e attento all’impatto ambientale, che ospita spogliatoi, un surf shop e un ristorante panoramico. L’impianto, attivo tutto l’anno grazie all’illuminazione subacquea invernale, ospita anche corsi di canoa e immersioni, dimostrando come l’ingegneria e il design possano riqualificare il paesaggio urbano.
Spostandosi nel cuore del continente, il caso di Alaïa Bay a Sion, nel Canton Vallese, rappresenta uno degli esempi più emblematici di destagionalizzazione e riscrittura del paesaggio. Inaugurato nel 2021 ai piedi delle Alpi svizzere, è stato il primo surf park dell’Europa continentale basato su un grande bacino artificiale aperto. Il progetto ha dimostrato come un’infrastruttura idrica sportiva possa integrarsi in un contesto territoriale montano, affiancando lo sci e lo snowboard nei mesi più caldi e trasformando la vallata in un hub d’attrazione internazionale capace di attrarre oltre 100mila visitatori all’anno.
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Un caso pionieristico in Italia si trova all’Idroscalo di Milano, il bacino artificiale nato negli anni Trenta per l’idroaviazione e trasformato nel tempo in un parco pubblico metropolitano. Dal 2019 la struttura Wakeparadise Milano ospita una piattaforma galleggiante che genera un’onda stazionaria larga 10 metri e alta fino a 1,6 metri, alimentata al 100% da energia proveniente da fonti rinnovabili. Senza impattare sul piano volumetrico o cementificare le sponde, l’innesto di questa tecnologia ha riconvertito uno specchio d’acqua storico in un attrattore sportivo all’avanguardia, consentendo a chi pratica surf in città di allenarsi tutto l’anno a chilometro zero.
Placemaking, economia e sostenibilità ambientale
L’inserimento di surf park cittadini costituisce un’operazione di placemaking, la strategia progettuale volta a trasformare spazi fisici in luoghi dotati di significato sociale, identità e vita comunitaria. In un contesto in cui la maggior parte della popolazione risiede in aree urbane, portare le onde in città rende accessibile uno sport storicamente legato ai viaggi costieri. Progetti come questi, o come The Wave a Bristol e URBNSURF a Melbourne, dimostrano come queste infrastrutture agiscano da catalizzatori economici e territoriali. Portando il surf tra le cime innevate o in periferie industriali, la trasformazione di aree sottoutilizzate in hub ad uso misto con ristorazione e co-working incrementa la vivibilità, l’attrattività e il valore dell’intero tessuto circostante.
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La sfida principale rimane la sostenibilità idrica ed energetica. Le tecnologie più recenti, come la Wavegarden Cove — brevetto ingegneristico sviluppato nei Paesi Baschi dalla società e impiegato nel centro svizzero di Sion — capace di generare fino a 1.000 onde all’ora, rispondono a questa esigenza impiegando elettricità da fonti rinnovabili, circuiti chiusi di filtrazione dell’acqua e sistemi di recupero del calore per il riscaldamento degli edifici. L’evoluzione delle wave pool dimostra così che l’acqua metropolitana è un’infrastruttura viva e performativa. Dai canali di Rotterdam all’Idroscalo milanese, la città contemporanea riscopre le sue superfici idriche come luoghi di aggregazione, benessere e nuova identità urbana.
Photo cover: iStock / helivideo