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Flaviano Capriotti: «Involucro, energia e contesto guidano la mia visione»

di Annarita Cacciamani
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Dalla riqualificazione degli edifici del Novecento alle facciate fotovoltaiche dinamiche della Franklin University di Lugano: per il professionista milanese, il design rappresenta una sintesi tra efficienza, materia e qualità dello spazio.

L’equilibrio tra soluzioni tecnologiche avanzate e una solida cultura del costruire definiscono il metodo progettuale di Flaviano Capriotti. Negli interventi dell’architetto milanese, che spaziano dall’hospitality di lusso tra le vette di Cortina fino alla rigenerazione dei palazzi signorili della Milano del primo Novecento, il progetto nasce sempre da un dialogo costante con l’identità del luogo.

In questo scenario, l’involucro edilizio e il sistema serramento superano la funzione di semplici componenti tecnici per diventare i veri motori della trasformazione contemporanea: elementi capaci di far convivere la memoria storica con le prestazioni energetiche del futuro. Attraverso una ricerca costante sulla materia e sulla luce, Capriotti restituisce efficienza agli edifici storici e traccia nuove rotte per l’architettura sostenibile, confermando come la qualità dello spazio nasca, prima di tutto, da un attento ascolto del contesto e delle sue icone.

C’è un momento della sua carriera che ritiene sia stato particolarmente importante per la sua crescita professionale?

La mia crescita professionale non è legata a un singolo momento, ma a un percorso continuo. La carriera si costruisce mattone dopo mattone ed è fortemente influenzata ed è fortemente influenzata dagli scambi, dalle persone che si conoscono e dalle esperienze che si vivono.

Una delle esperienze più significative è stata quella con Giulio Castelli, fondatore di Kartell, che ho conosciuto quando avevo circa 22-23 anni: era presidente della giuria di un concorso al quale avevo partecipato. Da quel contatto nacque la possibilità di realizzare il prototipo del mio progetto e, successivamente, una collaborazione che mi portò a lavorare nel centro ricerca e sviluppo di Kartell mentre ero ancora all’università.

Faloria Mountain Spa Resort, Flaviano Capriotti Architetti. Ph Andrés Otero

Faloria Mountain Spa Resort, Flaviano Capriotti Architetti – Credit Photo: Andrés Otero

Un altro momento chiave di quel periodo fu il legame con il fondatore di Boffi, Paolo Boffi, anche in quel caso nato da concorsi che svolgevo parallelamente agli studi. Successivamente, il confronto con l’architetto Antonio Citterio, durato vent’anni, è stato estremamente formativo. In quello stesso periodo, proprio all’interno di questa collaborazione, lavorare a stretto contatto con Bvlgari è stato determinante, occupandomi della concezione e dello sviluppo dei loro progetti legati all’ospitalità e assorbendo moltissimo da un’azienda con un DNA profondamente italiano e una qualità straordinaria.  Ma potrei citare anche tutti i miei clienti, i fornitori, gli artigiani: ogni relazione contribuisce ad arricchire il percorso.

Come sono organizzati il suo studio ed il suo team?

Il mio studio è composto da circa quindici architetti ed è una realtà internazionale. La lingua di lavoro è prevalentemente l’inglese, sia all’interno dello studio sia nei rapporti con l’esterno, perché molti dei nostri progetti sono internazionali e i nostri clienti spesso non sono italiani. L’organizzazione prevede coordinatori e capi progetto che seguono l’operatività quotidiana, la gestione e il coordinamento del lavoro. Io mi occupo prevalentemente della direzione creativa e della definizione della visione progettuale.

Essendo uno studio relativamente piccolo, che porta il mio nome, il mio ruolo è trasversale, ma naturalmente nulla sarebbe possibile senza una struttura organizzata e un team solido. Ogni gruppo di progetto è dedicato a uno specifico lavoro. Il nostro non è un processo lineare come una produzione industriale: non produciamo oggetti standardizzati, ma progetti che cambiano continuamente in base ai clienti, ai contesti e alle richieste.

Park Hyatt Milano, Flaviano Capriotti Architetti. Ph Leo Torri

Park Hyatt Milano, Flaviano Capriotti Architetti – Credit Photo: Leo Torri

In concomitanza con le Olimpiadi di Milano-Cortina, ha firmato due importanti progetti per l’hospitality. Ce li può illustrare brevemente?

A Milano ho curato il restyling delle nuove suite del Park Hyatt Hotel, un cinque stelle lusso situato tra la Galleria Vittorio Emanuele e Piazza Duomo. È stata un’operazione focalizzata prevalentemente sugli interni, con alcuni ampliamenti in copertura, volta ad aggiornare spazi, materiali e layout di ambienti che avevano circa vent’anni, adeguandoli agli standard contemporanei dell’accoglienza di alto livello. Il lavoro è fortemente legato a Milano: nelle essenze, nei colori e nei tessuti, tutto richiama l’identità e l’eleganza della città.

A Cortina d’Ampezzo, invece, mi sono occupato del Faloria Mountain Spa Resort, concepito a partire dal 2018. In questo caso la visione ha riguardato sia l’architettura sia l’interior design. È stata realizzata una nuova volumetria inserita tra due strutture storiche, sviluppando un concept connesso alla montagna e all’attività fisica. Il territorio alpino è una palestra naturale, sia in inverno che in estate, e l’albergo è stato pensato per ospiti dinamici, anche agonisti. La spa si sviluppa su due livelli e comprende una piscina semi-olimpionica di 25 metri, studiata specificamente per l’allenamento. Tutta la struttura è caratterizzata da questo approccio, insieme all’uso di materiali coerenti con il contesto dolomitico. Questi interventi non sono nati direttamente per le Olimpiadi, ma eventi di tale portata accelerano inevitabilmente investimenti e rinnovamenti.

Faloria Mountain Spa Resort,ristorante. Ph Andrés Otero

Faloria Mountain Spa Resort,ristorante – Credit Photo: Andrés Otero

In campo residenziale, come si approccia a una riqualificazione?

L’intervento parte sempre da una lettura attenta del preesistente. In questo periodo stiamo lavorando al recupero di un palazzo dei primi del Novecento in zona Arco della Pace, a Milano, rimasto sostanzialmente invariato nel tempo. Si tratta di un immobile costruito con materiali semplici e senza particolari apparati decorativi. Gli elementi da preservare erano lo scalone, le ringhiere, la facciata e i portoni lignei.

Abbiamo completamente riprogettato la distribuzione degli appartamenti integrando le tecnologie più avanzate. Poiché lo stabile non aveva ascensore, ne è stato inserito uno nuovo in un vano dedicato, senza intaccare la scala storica. Nel piano interrato, dove originariamente si trovava il deposito del carbone per la caldaia, sono stati ricavati i locali tecnici. Oggi la struttura è dotata di impianti a pompa di calore e garantisce prestazioni energetiche paragonabili a quelle di una nuova costruzione, pur mantenendo intatto l’involucro storico.

Efficienza energetica e benessere abitativo: in questo contesto che ruolo giocano gli infissi?

L’efficienza energetica è un prerequisito fondamentale del costruire contemporaneo, da cui deriva direttamente il benessere abitativo. Gli edifici storici contavano su murature molto spesse con una grande inerzia termica; quelli del secondo Novecento, invece, risultano spesso carenti sotto il profilo dell’isolamento. In passato l’unico modo per compensare questa permeabilità era immettere grandi quantità di calore: l’energia costava poco e il tema non era percepito come critico.

Park Hyatt Milano, MONTENAPOLEONE SUITE LIVING ROOM Flaviano Capriotti Architetti. Ph Leo Torri

Park Hyatt Milano, Montenapoleone Suite Living Room, Flaviano Capriotti Architetti – Credit Photo: Leo Torri

Oggi il ruolo dei serramenti è diventato centrale. Un infisso di nuova generazione può isolare meglio di molte pareti tipiche degli anni Sessanta e Settanta. Le finestre erano tradizionalmente il punto debole della facciata: trasmettevano freddo in modo puntuale, creando disomogeneità termica negli ambienti. Con i sistemi attuali questo effetto viene eliminato, migliorando sensibilmente il comfort percepito. È proprio questa tenuta che consente l’utilizzo efficace di impianti a bassa temperatura, come il riscaldamento a pannello radiante

Che peso ha il contesto quando si progetta una nuova costruzione o si studia una riqualificazione?

Il contesto urbano e paesaggistico ha un valore determinante. In luoghi come Cortina d’Ampezzo esiste un vincolo molto stringente e ogni scelta deve essere motivata e condivisa con la Soprintendenza. Ma l’ambiente è anche tecnologico e culturale. Penso, ad esempio, alla Franklin University di Lugano, una nuova struttura affacciata su una strada cantonale. In Svizzera il calcestruzzo a vista è una tecnologia molto diffusa e di altissima qualità.

Per quell’intervento abbiamo sviluppato un involucro monomaterico in cemento pigmentato in massa, partendo da una base chiara. Sono state studiate casseforme speciali per ottenere una superficie continua e senza giunti: non una somma di lastre, ma un unico blocco inciso da segni orizzontali. Nello stesso complesso abbiamo realizzato una pelle esterna rivestita da pannelli fotovoltaici dinamici, motorizzati e orientabili in base all’irraggiamento solare. Si trattava di moduli bianchi che, all’epoca, non erano ancora in produzione commerciale. Ogni lavoro è sempre una risposta specifica al luogo in cui si inserisce, alle competenze delle imprese coinvolte e alla cultura costruttiva locale.

C’è un edificio che considera la sua Icona Urbana?

Essendo milanese, il mio pensiero va inevitabilmente a Milano. Il Duomo è l’icona per eccellenza. Poi c’è il Pirelli, il grattacielo simbolo dell’industria e dell’interpretazione italiana dello stile internazionale. Un’altra opera straordinaria è la Torre Velasca, una rilettura contemporanea della torre medievale, profondamente milanese nei materiali e nel linguaggio. Infine, la Casa Caccia Dominioni in piazza Sant’Ambrogio: un edificio meno appariscente, ma forse ancora più rappresentativo dello spirito della città, fatto di sobrietà, proporzione, artigianalità ed eleganza silenziosa.

Annarita Cacciamani

Photo cover: Andrés Otero

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