Home » Carlo Emanuele Crivello: «L’architettura deve durare, non stupire»

Carlo Emanuele Crivello: «L’architettura deve durare, non stupire»

di Annarita Cacciamani
L’architetto torinese invita a superare la ricerca del “wow effect” per riscoprire la dimensione quotidiana dell’abitare, con soluzioni semplici, funzionali e durature, capaci di adattarsi nel tempo e accompagnare la vita delle persone.

Quella di Carlo Emanuele Crivello, torinese, è un’architettura fatta di scelte quotidiane, di piccoli interventi ben pensati, di ascolto e attenzione al contesto. Nessuna rincorsa all’effetto spettacolare, nessuna smania di visibilità: il progetto, per lui, è prima di tutto uno strumento di relazione con le persone, con i luoghi, con il tempo. 

Quali sono stati i passaggi fondamentali della sua formazione e della sua crescita professionale?

La mia formazione è stata fortemente influenzata da due figure chiave: l’architetta Anna Alciati e il geometra Giuseppe Sapino, che è anche mio suocero. Mi hanno trasmesso un sapere ampio e profondo, dalla tecnica alla gestione di cantiere, fino agli aspetti psicologici e relazionali della professione, come il rapporto con il cliente. Un’altra figura importante è stata il geometra Fabio Pederzani, specializzato nella parte più tecnica e burocratica, soprattutto in ambito catastale e successorio. A queste esperienze si sono aggiunti tre momenti significativi: un brevissimo passaggio in uno studio di ingegneria, dove ho capito subito che il mio percorso sarebbe stato autonomo, poi un’esperienza come impiegato tecnico presso una struttura sociosanitaria a Torino, che mi ha fatto toccare con mano le dinamiche della manutenzione edilizia e della gestione interpersonale. Infine, una supplenza nella scuola media. Insegnare mi ha insegnato ad ascoltare, spiegare, sintetizzare.

Come si costruisce oggi un dialogo autentico tra architettura e paesaggio urbano?

Idealmente, il dialogo dovrebbe partire dal coinvolgimento della comunità in ogni fase del progetto. Purtroppo, questo è spesso irrealizzabile, soprattutto nel privato. Il mio compito, allora, è quello di trovare un equilibrio tra gli interessi del committente e le ricadute etiche, sociali ed estetiche dell’intervento. Anche un semplice muro di cinta può fare la differenza: può contribuire alla qualità del paesaggio o comprometterlo. L’architettura ha sempre un impatto sul contesto: domandarsi se stiamo costruendo qualcosa che arricchisce il quartiere dovrebbe essere parte integrante del mestiere.

Che importanza ha oggi la composizione in un’epoca dominata dall’immagine e dalla performance?

Viviamo in un tempo dove l’“effetto wow” è molto ricercato, anche per motivi promozionali e visibilità sui social. Ma bisogna avere il coraggio di non inseguire a tutti i costi la spettacolarizzazione. L’architettura è anche, e soprattutto, un atto quotidiano. L’estetica spinta può penalizzare la funzionalità. Faccio un esempio: un divano in pelliccia bianca può stupire, ma diventa impraticabile con bambini o animali. Lo stesso vale per certi colori, certe configurazioni spaziali come gli open space assoluti, che vanno benissimo per una coppia, ma non reggono quando arriva un figlio. La composizione deve prevedere il futuro. Una villetta con studiolo al piano terra, se pensata come camera matrimoniale, può essere adattata con il tempo senza costringere a cambiare casa. Il buon progetto è quello che sa cambiare insieme a chi lo abita.

Parliamo del ruolo degli infissi: come affronta questo tema nelle ristrutturazioni?

Gli infissi sono un elemento a cui dedico sempre molta attenzione. Quando possibile, cerco di massimizzare le aperture per aumentare la luce naturale. Ma ogni situazione è diversa: ad esempio, in edifici storici con murature in terra cruda, non ha senso installare serramenti super performanti perché il calore si disperderebbe comunque. Dal punto di vista estetico, spingo sempre per una scelta consapevole: si tende a investire molto in cucine, piastrelle o controsoffitti, ma poi si sceglie il serramento più economico. Eppure, è un elemento durevole, visibile, e può incidere molto sull’eleganza complessiva dello spazio. Un infisso ben disegnato, con profili sottili e finiture curate, fa davvero la differenza. Anche nella qualità della luce.

Qual è la sua icona urbana? C’è un luogo che considera un riferimento imprescindibile?

Non ho un’icona celebrata da manuale. Preferisco fare riferimento a esempi quotidiani di “buon costruito”. Uno su tutti: un complesso edilizio ad Andora, in Liguria. Si tratta di palazzine molto semplici, costruite per essere vendute, ma disposte in modo tale da creare una corte interna piacevole, quasi un giardino. Una piccola piazza che accoglie e dà senso di casa ancor prima di varcare la soglia. Per me, un’icona è un luogo che genera senso di appartenenza, di bene comune. Che invoglia a prendersene cura. L’opposto di quei contesti cacofonici, pensati solo per il traffico e non per le persone.

In che direzione si sta muovendo secondo lei l’architettura urbana? Cosa dovrebbe recuperare – o abbandonare – per tornare a essere uno strumento di costruzione collettiva del futuro?

Percepisco una tendenza pericolosa verso l’innovazione fine a sé stessa: materiali nuovi, tecnologie avanzate, soluzioni d’impatto… ma con scarsa durabilità. Penso ad esempio ai cappotti termici: efficientissimi sulla carta, ma fragili in presenza di eventi climatici estremi. Non è raro vedere danni da grandine già dopo pochi anni. Per questo, sostengo una sorta di “decrescita critica”: tornare a usare materiali tradizionali e tecniche consolidate, che durano nel tempo. Una muratura stratificata ben progettata può raggiungere eccellenti prestazioni energetiche, con una durata che supera i 50 anni. Ecco, più che rincorrere l’efficienza a breve termine, l’architettura dovrebbe tornare a occuparsi di durata, semplicità, responsabilità.

Annarita Cacciamani

Articoli correlati

Lascia un commento

* Utilizzando questo modulo acconsenti all'archiviazione e alla gestione dei tuoi dati da parte di questo sito web.